Caro Economist, “la commedia è finita?”

“Pagliacci e dittatori”, sull’Italia 40 anni di analisi uguali e contraddittorie

Caro Economist, “la commedia è finita?”

Foto di Anders Sandberg via Flickr

In un commento sul Financial Times l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott fa capire che per l’Italia alla fine è meglio se al referendum vince il No, così Matteo Renzi si dimette, al suo posto subentra un governo tecnico e non si corre il rischio, con un sistema maggioritario e di alternanza di governo, che vada al potere il Movimento 5 stelle. Altrimenti, se le cose dovessero andare diversamente, “Il Duce Grillo diventerebbe una reale prospettiva”. Emmott dice che le riforme di Renzi – superamento del bicameralismo perfetto e semplificazione istituzionale – sono anche giuste, ma l’Italia non se le può permettere perché aleggia sempre “il fantasma di Mussolini”. Allo stesso modo, la scorsa settimana, l’Economist ha invitato a votare contro la riforma costituzionale con le stesse motivazioni: nel tentativo di fermare l’instabilità che ha dato all’Italia 65 governi diversi dal 1945, si crea “l’uomo forte” “in un paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi – come se fossero la stessa cosa – ed è vulnerabile al populismo”. Quindi, piuttosto che rischiare di far vincere il Movimento 5 stelle, il modo migliore per affrontare “il vero problema dell’Italia, che è la riluttanza a fare le riforme”, è: dimissioni di Renzi e mettere in piedi un bel governo tecnico (quello sì utilissimo a fermare i populismi). 

 

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In pratica dalle parti del settimanale britannico si auspica un ritorno alla Prima Repubblica, senza maggioranze solide, governi decidenti né “uomini forti”. Il problema è che l’Economist per anni ha criticato quel modello proprio perché incapace di fare le riforme (“il vero problema”). Nel gennaio del 1978 il settimanale britannico metteva in copertina i leader del compromesso storico, Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, vestiti da giullari. Il titolo, “La commedia è finita?” – una citazione dei “Pagliacci”, l’opera lirica di Leoncavallo – era un’accusa all’inconcludente sistema della Prima Repubblica, esattamente ciò di cui ora si auspica il ritorno. Il riferimento ai “Pagliacci” di Leoncavallo è ormai un cliché, l’Economist scrisse che per l’Italia “la commedia è finita” in un articolo del 2005 e in un editoriale su Berlusconi del 2010. Infine nel 2013 pubblicò una copertina su Grillo e Berlusconi: “Entrino i clown”. Qualsiasi cosa accada, le analisi sull’Italia del prestigioso settimanale sono sempre uguali ma contraddittorie, quindi né originali né profonde. Dopo tanti anni, oltre all’Italia, anche l’Economist ha bisogno di fare qualche riforma.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    02 Dicembre 2016 - 09:09

    Ero abbonato all'Economist tanti anni fa, e prima di disdire l'abbonamento chiesi perchè aveva come corrispondente dall'Italia una signora più nota come simptizzante per il partito comunista che come giornalista. Naturalmente non ebbi risposta.

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