Io dico No

La vittoria del No può determinare le condizioni per rigenerare un tessuto unitario nella democrazia

stefano fassina

Stefano Fassina (foto LaPresse)

Al direttore - E’ sempre più preoccupante la deriva del dibattito verso il referendum del 4 dicembre sulla revisione Costituzionale. Proviamo a guardare alle questioni fondamentali. Cosa può essere la vittoria del No? Può essere la chiusura di un lungo ciclo storico, iniziato nobilmente dopo la fine del “compromesso storico”, in nome della diversità, non solo politica ma finanche morale. Una lunga fase, segnata prima da Tangentopoli e dal sistema elettorale maggioritario, poi dall’avvento del Berlusconismo, infine dall’arrivo del M5S. Una lunga fase durante la quale abbiamo tutti praticato un’etica malata della democrazia: la democrazia come dominio della maggioranza (sempre relativa), nella negazione della legittimità morale, culturale e politica dell’altro; la mediazione politica come immorale a prescindere. Ovviamente, vi sono stati dati di realtà a alimentare la deriva descritta: i compromessi sono stati troppo spesso al ribasso e per fini particolaristi. Soprattutto, vi è stata una sempre più acuta incapacità dei soggetti politici, per cause oggettive e impoverimento culturale e morale delle sue classi dirigenti, di legittimarsi nei confronti dei cittadini attraverso una propria ragion d’essere (un’autonoma lettura del Paese, un conseguente programma di governo, una classe dirigente adeguata) e, conseguentemente, l’imbocco della scorciatoia della legittimazione indiretta attraverso la delegittimazione dell’altro (Berlusconi contro il pericolo comunista; il centrosinistra contro l’eversione berlusconiana; oggi il M5S contro tutti gli altri).

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Il paradosso è stato che, dietro allo “scontro di civiltà”, si celava sostanzialmente la stessa agenda, l’unica agenda possibile dentro l’euro-zona: There Is No Alternative, secondo il mantra neo-liberista. E’ ora di girare pagina. L’Italia non regge l’ulteriore divisione alimentata dal plebiscito sul governo giocato sul terreno costituzionale. La condivisione delle regole del gioco è, in generale, condizione esistenziale per una comunità. Lo è ancora di più oggi, poiché lo scenario europeo e internazionale, privo oramai di porti sicuri e di virtuosi “vincoli esterni”, richiede un comun denominatore pur minimo, ma solido, alla nostra malconcia comunità nazionale. Invece, la scelta di portare avanti una revisione costituzionale con la stretta maggioranza di governo e l’imposizione del voto di fiducia sulla legge elettorale sono state le stazioni ultime del lungo viaggio a ritroso durato quasi quattro decenni. Un viaggio fuori fase: la vittoria del Sì contro metà del paese darebbe stabilità di breve periodo, ma renderebbe ancora più fragile l’assetto istituzionale e indebolirebbe ancora di più l’effettiva capacità di governo, nonostante il rafforzamento formale della governabilità. Soltanto la vittoria del No può, insisto può, determinare le condizioni necessarie per rigenerare un tessuto unitario.

 

La vittoria del No può chiudere a una fase della democrazia come negazione dell’altro e aprire la fase della ricostruzione di un’etica sana della democrazia: democrazia come convergenza tra visioni generali e interessi economici e sociali specifici e diversi; il Parlamento come luogo trasparente della discussione, di scontro e ricerca dell’incontro tra diversi. Sono aspettative ingenue e senza fondamento? No. Con la bocciatura della revisione costituzionale oggetto del referendum, i campioni del Sì, sconfitti nonostante gli squilibrati rapporti di forza mediatici e economici, dovrebbero prendere atto dell’impossibilità di andare avanti “da soli”. Sull’altro campo, i “vincitori”, consapevoli delle ragioni profonde del risultato, farebbero fatica a contraddire i principi sbandierati e le soluzioni indicate nella brutta campagna referendaria vissuta: sul versante della Costituzione, la condivisione larga delle regole del gioco per rivitalizzare il senso di appartenenza alla comunità nazionale, prima che a una comunità parziale; sul versante elettorale, un impianto proporzionale che, per quanto corretto, in via ordinaria richiede la convergenza con l’altro, con una parte degli altri, in Parlamento. La vittoria del No è condizione necessaria per il cambiamento (progressivo). La prevalenza del Si è la continuità di una democrazia (regressiva) insostenibile.

 

Stefano Fassina è deputato di Sinistra Italiana

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Commenti all'articolo

  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    30 Novembre 2016 - 20:08

    Va di moda master chef, eccovi servito un ipercolesterolemico fitto misto di vaniloquio e turpiloquio, cosparso di battuta di fassina poderosamente indigeribile se non fosse per i ciuffi di ridacchio spontaneamente germogliati a fare da contorno. Dulcis in fundo, un leggerissimo tirami-giù (-la-valigia-che-scappo-dall'Italia) e un caffé che ci svegli tutti in tempo.

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  • Roberto Cattani

    30 Novembre 2016 - 17:05

    Gente qui si vola alto. Ma quale maldestro tentativo di rabberciare la macchina statale, qui ci vuole ben altro. Bisogna buttare a mare la “democrazia (regressiva) del dominio della minoranza sempre relativa”, “rivitalizzare il senso di appartenenza alla comunità nazionale”, ricostruire “un’etica sana”, combattere l’”impoverimento culturale e morale delle classi dirigenti” e mettere nei posti giusti “una classe dirigente adeguata”, “rigenerare un tessuto unitario”. Sono aspettative ingenue e senza fondamento? No, no. Ma quando mai. Grande Iosif Vissarionovič Fassina.

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