Io dico Sì

Una democrazia a bassa intensità non funziona. Vinciamo la politica delle emozioni e cambiamo l’Italia

referendum

(foto LaPresse)

Al direttore - Il nostro referendum costituzionale avviene in un periodo in cui incertezze e spaesamento globali sono molto forti. Tali turbamenti non facilitano la decisione: si è più trascinati verso una “politica delle emozioni” come si è notato in molti casi, vedi la Brexit. Il merito della riforma in sé è semplice: passare da un bicameralismo paritario ad un sistema monocamerale, con un senato che sarà essenzialmente dei territori e non darà più la fiducia. Poi si elimina il CNEL e si ridanno allo Stato competenze che erano state devolute alle regioni e non avevano funzionato. Tutto sommato una cosa ragionevole. Eppure a molti appare come un salto nel buio. Alcuni approfittano di tali dubbi. Nel corso della storia la democrazia è sempre sfidata dalla “politica delle emozioni”: in ogni momento di crisi o svolta, ci sono politici o forze che scelgono la strada delle eccitazioni, dell’emotività, dell’impulso, della ricerca del nemico e alla fine, della manipolazione della paura. Va invece difeso lo spirito democratico che non preannunzia mai false apocalissi.

Io dico No

La vittoria del No può determinare le condizioni per rigenerare un tessuto unitario nella democrazia

In questo senso il SI al referendum è una chance: rappresenta un passo verso il miglioramento delle nostre regole. Abbiamo bisogno di una democrazia ad alta intensità e non possiamo più accontentarci della bassa intensità vissuta fino ad ora. Il nostro sistema politico è da sempre poco abituato alla competizione e all’alternanza. Tuttavia non possiamo pensare che un governo che duri un’intera legislatura (cioè 5 anni) sia una cosa in sé pericolosa. Anzi: in un tempo di incertezze, governi più stabili resistono meglio alle pulsioni che salgono dai fenomeni di disordine globale e spazzano la società, non lasciandosi trasportare da ogni nuova ventata emozionale. Abbiamo bisogno di una politica che pensi e programmi: ad alta intensità appunto. Su questo Matteo Renzi ha un vantaggio che molti suoi colleghi della classe politica non sopportano: ha un piano per l’Italia. Una cosa inconcepibile per le nostre consuetudini politiche, pigre e rassegnate (pur nella continua agitazione), che provoca reazioni furiose.

Infondo siamo il paese che crede troppo che “il meglio è il nemico del bene”. Questa è la vera forza del NO. Renzi scuote il paese, indica il meglio, certo rischioso ma anche l’unica via per non diventare irrilevanti. Ma molti si accontentano del bene, anzi del “benino” e financo del mediocre, esistente. Qui c’è lo scontro tra un leader ambizioso e lo spirito conservativo e prudente di chi pensa: “Va bene così… perché agitarsi tanto?”. Infatti se vince il No sarà il solito film già visto, quello delle liturgie burocratiche, delle mezze misure, della “non decisione”, del “né vittoria né sconfitta”, della “nave che va”, della “stabile instabilità”, del “di lotta e di governo”, dell’eterno rinvio ecc. Insomma il solito “caos calmo” nostrano, a cui siamo fin troppo affezionati. Non è ciò che serve all’Italia.

Mario Giro è viceministro degli Esteri, Scelta Civica

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