Tutte le fragilità del No

“Il referendum spacca il paese? Per forza, se uno vuole riforme vere”, dice Angelo Panebianco

Marianna Rizzini

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Angelo Panebianco

Angelo Panebianco (foto LaPresse)

Roma. E’ il day after del weekend di passione referendaria (l’ultimo prima del voto). C’è il premier e segretario pd Matteo Renzi che punta sull’argomento “se vince il No c’è il rischio di governo tecnico… io non sto a vivacchiare… se volete dire No alla Casta c’è la matita il 4 dicembre”. Ma è anche il giorno successivo al fine settimana in cui il Silvio Berlusconi tornato in campo ha parlato di “riforma anti democratica” nel bel mezzo di un centrodestra in parte riottoso (qualcuno vuole le primarie), e in cui Roma ha visto sfilare, in due giorni, ben due manifestazioni per il No (una di Beppe Grillo, l’altra delle sinistre). D’altronde basta guardare le edicole, dove spuntano libriccini-pamphlet per il No, con sottotitoli che in sostanza non nascondono l’intento – buttare giù Renzi – per capire che non verrà mai, prima del 4 dicembre, il giorno dei cosiddetti “toni pacati” e della cosiddetta “riflessione sul merito”, auspicata da presidenti e presidenti emeriti della Repubblica. Resta da vedere che cosa davvero sia in gioco, che cosa succederà e che cosa rimarrà sulla scena, come eredità positiva e negativa del voto.

 

“Sento dire che il referendum costituzionale spacca il paese”, osserva il professor Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, “ma le riforme vere spaccano i paesi. Se si vuole l’unanimità ci vogliono riforme finte. Per avere unanimità in Parlamento basta una bella mozione, chessò, contro il deterioramento del clima: tutti concordi, tanto non costa niente. Ma se la riforma è autentica non può non dividere. E se non vuoi dividere, devi prenderti la responsabilità di dire che le riforme non le vuoi fare per niente”. Intanto però non si parla tanto della riforma in sé, quanto del virare della campagna elettorale nella forma già vista in Europa e in America, quella di un voto pro o contro l’establishment. “Quando partecipo ai dibattiti sul referendum”, dice Panebianco, “noto che gli esponenti del No sono quasi sempre ferocemente schierati contro Renzi, Renzi il ‘nemico’. Secondo elemento costante, quello di un certo ‘perfettismo’: le riforme facciamole, dicono alcuni, ma che siano perfette. Ma non è paradossale che, in un mondo imperfettissimo come il nostro, persone imperfette pretendano riforme perfette?”.

 

Terzo argomento costante nella campagna per il No, osserva Panebianco, “è quello della ‘vera democrazia’. Il vero argomento di chi, nel fronte del No, ha un interesse per la riforma in sé, è che la vera democrazia, in Italia, possa esistere soltanto se il governo è debole, e che con la riforma si indeboliscano le garanzie. Un pregiudizio antico, difficile da smontare”. In gioco però non è soltanto un governo, ma “un’idea di paese”: “C’è uno scontro tra visioni completamente diverse, e questo è l’aspetto diciamo più nobile della contrapposizione tra il Sì e il No. Poi ci sono aspetti meno nobili. Alcuni cambiamenti spaventano chi vuole continuare a fare un uso disinvolto del denaro pubblico. Se passa la riforma, per esempio, e secondo l’articolo 120, i governanti locali, in situazioni di dissesto economico, si vedrebbero di fatto destituiti, ‘commissariati’. E si percepisce infatti una certa avversione, un interesse a che questa norma non passi”.

 

La virulenza antiriforma ha avuto comunque il suo momento trasversale di boom, con “crescita di speranze di rovesciamento” a destra, a sinistra e nel M5s, quando i sondaggi, dice Panebianco, “hanno mostrato un declino di popolarità di Renzi. A quel punto sono partiti tutti all’attacco: allora è possibile abbatterlo, Renzi, tentiamo il colpaccio. Ma all’orizzonte, in caso di vittoria del No, c’è una gran confusione, con un Renzi che dà le dimissioni, una fase da Prima Repubblica che si apre, una Grande coalizione che non ha alcuna possibilità di durare e il ritorno al proporzionale. Grillo se ne resterà fuori da quello che chiamerà inciucio; gli altri faranno l’Unione Sacra contro di lui, finendo presumibilmente in un gran pasticcio e consegnandogli mezzo paese alle elezioni politiche successive. Questo mi pare lo schema”. Ma anche in caso di vittoria del Sì, sebbene “ricevendo un colpo”, Grillo “non pagherà pegno”, in quanto partito estremista e antiestablishment. “Il disastro si vedrebbe nel centrodestra, se vince il Sì: gli elettori, votando Sì, mostrerebbero di infischiarsene delle indicazioni di voto dei leader. Sarebbe il tradimento del rapporto di fiducia tra leadership ed elettorato”.

 

Altra domanda ricorrente della vigilia-voto: Renzi ha fatto bene o male a “personalizzare?”. “Ma quale errore”, dice Panebianco. “L’errore di Renzi, casomai, dopo aver avviato la cosiddetta e maledetta ‘personalizzazione’, è stato di aver fatto marcia indietro. Che il capo del governo si giochi la testa sulla riforma più importante del suo governo mi pare ovvio. Solo nel paese degli irresponsabili il governo lancia una riforma importante e se viene bocciata si fa finta di niente. E se non l’avesse fatto Renzi, di personalizzare, l’avrebbero fatto i suoi avversari, che infatti lo dicono fin dall’inizio: il No significa ‘mandiamo a casa il premier’”. Quando poi sente dire che “le riforme le invocano tutti da vent’anni”, Panebianco sbotta: “Tutte balle. Tutti hanno sempre fatto finta di volere le riforme sapendo tutti benissimo che nessuno voleva la stessa riforma”.

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Commenti all'articolo

  • riflessivo

    29 Novembre 2016 - 19:07

    Ben detto! Il professore Panebianco descrive un’Italia che mi sgomenta e mi incupisce, ma è questa la realtà!

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  • riflessivo

    29 Novembre 2016 - 19:07

    Ben detto! Il professore Panebianco descrive un’Italia che mi sgomenta e mi incupisce, ma è questa la realtà!

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  • fabriziocelli

    29 Novembre 2016 - 19:07

    Ringrazio il prof., di cui condivido l'analisi e approfitto biecamente per far finta di divagare. Un grande scoglio che i Paesi mediterranei e/o non anglosassoni hanno è la loro storia millenaria (mi riferisco a Grecia e Italia): in essi il discutere è sempre stato considerato superiore al fare; non mi riferisco solo alla Repubblica (dei filosofi) di Platone. Il pragmatismo è nato nei paesi anglosassoni: lì, dove l'agire ha sempre dato l'impressione di avere la preminenza sul quisquiliare. Secondo me l'Italia, inoltre, non ha mai fatto i conti col suo passato pre-repubblica: non credo ci sia mai stato un momento di confronto culturale, serio, fra ex-partigiani ed ex-fascisti PER CHIUDERE un'epoca, per stoppare i conflitti e le scaramucce; sono rimaste le paure, le fobie, i massimalismi dogmatici alcuni dei quali sono sopravvissuti fino ad oggi. Ho detto che avrei divagato. Sono fatto così..

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  • mario.patrizio

    29 Novembre 2016 - 12:12

    Il buon Cerasa non se la prenda per la bocciatura della sua GK. Arrivata dopo il NO o dopo il SI non fa una grande differenza quando il grillismo passerà all'incasso.

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