Così i sindaci possono correggere la Sanità lenta

I primi cittadini e un potere (sottovalutato) su liste d’attesa e disorganizzazione

Sanità

(foto LaPresse)

Il Servizio sanitario nazionale italiano, oltre a indubbi meriti (universalità e gratuità), presenta alcune oggettive carenze: disomogeneità territoriale, scarsità di canali di informazione e di metodi di valutazione, accessi non sempre garantiti, scarsa attenzione ai diritti dei cittadini. Uno dei difetti maggiormente avvertiti, presente anche nelle regioni in cui il servizio è mediamente buono, è l’entità e la gestione delle liste di attesa. Persino in città che hanno strutture ospedaliere e sanitarie di qualità, di fronte alla lunghezza dei tempi di attesa per l’accesso a molte prestazioni diagnostiche e terapeutiche i cittadini il cui stato di salute richiederebbe interventi tempestivi sono di fronte a un’alternativa: accettare lunghi e angosciosi mesi di attesa con il normale servizio pubblico o subire il ricatto di ottenere subito le prestazioni necessarie ma a pagamento presso strutture private o presso le stesse strutture pubbliche (regime di intramoenia). I fattori che causano liste e tempi di attesa anomali sono diversi: cattiva distribuzione delle risorse, prescrizioni improprie, modalità organizzative che tengono conto più delle esigenze degli operatori che degli utenti.

 

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L’attività intramoenia dei medici ospedalieri, cioè la possibilità di svolgere attività privata a pagamento d’accordo con l’ospedale, come è ora organizzata, spesso non fa che favorire il fenomeno. Più lunghi sono i tempi di attesa, maggiore è la propensione degli utenti a pagare le prestazioni di cui hanno bisogno. Sinora il problema è apparso poco governato e i pochi tentativi interni al sistema non lo hanno certo risolto anche perché i responsabili regionali preferiscono dedicarsi ad altro. Come costringere i sistemi sanitari regionali a cambiare e rispettare le esigenze degli utenti? Forse l’approccio potrebbe essere rovesciato: se il sistema sanitario non è capace di riformarsi dall’interno, costringiamolo (aiutiamolo) a cambiare dall’esterno. A partire dalla legge n. 833 del 1978 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale sino al Testo unico sugli enti locali (Art. 50) aggiornato al 30 dicembre 2015, la legislazione prevede che in via ordinaria tutti i servizi e le strutture sanitarie siano organizzate a livello regionale (la Sanità costituisce quasi l’80 per cento del bilancio di ogni regione) ma prevede altresì che i sindaci abbiano un forte potere di intervento in casi di emergenza. In caso di emergenze sanitarie e di salute, il sindaco, quale rappresentante della comunità locale, può emettere ordinanze contingibili e urgenti al fine di tutelare la salute dei cittadini, sino a quando non vengano meno le situazioni di criticità tramite successivi interventi delle altre autorità preposte in via ordinaria (Aziende sanitarie e ospedaliere, Assessore regionale, eccetera). 

Anche recenti sentenze della Corte di cassazione chiariscono che l’adozione delle ordinanze del sindaco è legata a condizioni di urgenza, contingibilità e temporaneità in quanto la durata del provvedimento è collegata al perdurare dello stato di necessità. Sinora i sindaci hanno nei fatti rinunciato a questo ruolo e al dovere/potere di intervento a tutela della salute perché una cultura partitica ormai superata prevede che non ci siano interferenze vere nella gestione del potere tra regioni, comuni e enti, se non a parole. Dunque la proposta ai sindaci è di riappropriarsi di questo diritto/dovere istituzionale e di intervenire con forza a tutela della salute di chi, fragile perché malato o bisognoso di cure, ha pochi diritti e non riesce a farli valere in quanto disperso e non organizzato “sindacalmente”. I sindaci di Milano, Torino, Napoli, eccetera – non ho il coraggio di proporlo per Roma! – possono invece intervenire con ordinanze per la tutela della salute dei cittadini che impongano l’accesso ai servizi sanitari quantomeno in caso di liste e tempi di attesa particolarmente lunghi, incompatibili con oggettive condizioni di salute del cittadino e sotto ricatto. In effetti le ordinanze del sindaco in materia di tutela della salute e di accesso alla sanità per i cittadini del comune potrebbe ragionevolmente estendersi anche a situazioni pericolose nelle strutture sanitarie, come le infezioni ospedaliere, casi gravi di malasanità, carenza di informazione indipendente verso i cittadini sulla reale misura di qualità dei servizi e delle strutture, ed altro ancora.

Ma la prima proposta è di concentrarsi sulla situazione più sentita dai cittadini, sottoposti nei fatti a un odioso ricatto: tempi lunghissimi di attesa o pagamento in regime privato (intramoenia o meno). Dunque la proposta a Sala, Appendino, Nardella, De Magistris e tutti gli altri è formare, uno sportello che raccolga i casi di liste di attesa palesemente inaccettabili e che confliggono con la tutela della salute del cittadino, e predisporre ordinanze di accesso ai servizi. Insomma una specie di Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) al contrario: l’obbligo non è rivolto a un cittadino per curarsi, ma alla struttura sanitaria perché fornisca la prestazione necessaria al cittadino. Se ad esempio a una signora molto anziana o un malato oncologico o con altra malattia grave sono stati proposti tempi di attesa (mesi) incompatibili con le loro condizioni, il sindaco emetterà una Ordinanza che imponga alla struttura di riferimento di erogare entro pochi giorni la prestazione richiesta.

In sostanza Sala, Appendino & Co. possono essere anche garanti della salute dei loro amministrati: ai sindaci ci si potrà rivolgere per tutelare i propri diritti di salute e di accesso a prestazioni sanitarie in tempi accettabili (e di legge). Sono almeno due gli aspetti politici rilevanti. Il primo è nel rapporto diretto con i cittadini più deboli per condizioni di salute, per fragilità psicologiche legate alla loro situazione di attesa e di incertezza, per essere vittime di un oggettivo ricatto economico (aspetta mesi o paga). Il secondo è nei confronti della Regione, responsabile ordinario della gestione dei servizi sanitari. Questo aspetto (“concorrenziale”) varrebbe anche se la maggioranza di governo in regione fosse dello stesso tipo di quella in comune, ma a maggior ragione vale nel caso di maggioranze di diverso segno. Anche perché dovrebbe essere scontato che la tutela della salute e il diritto di accesso alle cure e alle diagnosi non possono essere funzioni dell’omogeneità o meno delle maggioranze politiche. L’applicazione della legge (ordinanza del sindaco che impone a quella certa struttura di erogare quella prestazione a quella certa persona entro un certo tempo) nei fatti contribuirebbe al miglioramento del servizio sanitario regionale, in quanto “costretto” giuridicamente e politicamente a riportare a fisiologia un settore (tempi di attesa) attualmente fra i più manifestamente patologici se non illegali.

Questa proposta va nella direzione di tutelare i diritti e la salute dei cittadini, applicando leggi che già sono in vigore, e vuole obbligare istituzioni e politica ad occuparsi della parte più fragile dei cittadini, per malattia, condizioni psicologiche conseguenti, condizioni economiche, isolamento sociale. Fa parte degli obiettivi contenuti dalla mozione dell’ultimo congresso dell’Associazione Luca Coscioni che non a caso ha come riferimento della sua attività uno degli slogan più centrati degli ultimi anni: “Dal corpo dei malati al cuore della politica”.

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