In Francia si va verso il primo presidente democristiano della storia?

Promosso il candidato alla guida della destra francese François Fillon; bocciata Rosy Bindi e tutta la Commissione antimafia che sarebbe ora di chiudere; bocciato Di Battista che considera Napolitano responsabile del "disastro nazionale"; bocciato l'Economist che l'Italia non l'ha mai capita. Il Pagellone alla settimana politica

In Francia si va verso il primo presidente democristiano della storia?

Francois FIllon in tv dopo la vittoria alle primarie del centro destra (foto LaPresse)

FRANCOIS  FILLON,  CHE SARA’ FORSE IL PRIMO PRESIDENTE INTIMAMENTE  DEMOCRISTIANO DELLA  QUINTA  REPUBBLICA

 

Si svolge oggi il secondo turno delle primarie della destra repubblicana e del centro per scegliere il suo candidato alle prossime presidenziali: si presentano al ballottaggio François Fillon e Alain Juppé, il primo turno ha visto la disfatta dell’ex presidente Sarkozy e la contro performance di Juppé, è dunque probabile che possa vincere Fillon, arrivato clamorosamente e largamente in testa al primo turno con oltre il 40 per cento di preferenze dei tre milioni di voti e che per di più potrà contare anche sul riporto dei voti andati a Sarkozy. Pare che molti elettori di sinistra abbiano partecipato a queste primarie che gli organizzatori hanno voluto espressamente fossero aperte: volevano tastare il polso a elettori che a maggio potrebbero ritrovarsi senza candidato (i socialisti sono messi male assai) e costretti dunque a scegliere tra destra ed estrema destra. Gli elettori di sinistra hanno dimostrato di gradire il pensiero e hanno scelto Fillon.

 

Che è liberale in economia, attento al sociale e rigidamente cattolico in materia di valori. Propone una politica di contenimento del flusso migratorio, l’espulsione immediata dei clandestini e di chi non ha diritto allo statuto di rifugiato, si oppone alle adozioni da parte delle coppie gay, guarda a Mosca come fondamentale contrappeso a Berlino. Ha infiocchettato a dovere, arricchito con una visione strategica e presentato con maggiore carisma alcuni degli argomenti martellati per anni da Marine Le Pen, seminando già una certa inquietudine tra i dirigenti del Front National.

 

Fillon non è più molto giovane, ha 62 anni ed è in pista da tempo ma è il meno usurato tra i politici di lungo corso, è stato ministro negli anni di Chirac e primo ministro per tutti e cinque gli anni della presidenza Sarkozy: per cultura e formazione però ha poco a che vedere con il gollismo politico, nel partito Rpr era il braccio destro di Philippe Séguin, uomo di minoranza e leader dell’ala cosiddetta del gollismo sociale.

 

In Francia il cattolicesimo politico è stato sempre costretto a vivacchiare sotto l’egemonia culturale del gollismo: un François Fillon all’Eliseo sarebbe una nemesi.

 

E’ uomo di eloquio, buona cultura, ricercata eleganza, indossa solo calzini rosso cardinale che compra in un negozio di abbigliamento ecclesiastico di Roma: è estremamente cortese e ben educato ma nessuno si faccia illusioni: i cinque anni in cui ha subito la triviale arroganza di Sarkozy ne hanno temprato il carattere, la colomba ha artigli d’acciaio.

 

Un po’ come il Giuliano Urbani descritto con la solita ironia dall’indimenticabile Lucio Colletti, “una ballerina in tutù che avanza rotonda e seducente, ti si siede sulle ginocchia e tira fuori un arnese da paura”…

 

Perciò attenzione a François Fillon, futuro primo presidente democristiano di Francia.

 

Fillon, il terzo uomo

Il candidato riporta la destra francese alla sua natura tradizionale, ci dice un politologo. La questione islam

 

VINCENZINO E ROSY

 

Dopo le cosiddette liste degli impresentabili alle elezioni, è scoppiata una nuova bagarre tra i presidenti della regione Campania e della Commissione antimafia.

 

De Luca ha presieduto una riunione di sindaci esortandoli a risalire le filiere dei signori delle urne e a raccogliere il massimo dei voti per il Sì, facendo balenare il fiume di danaro che sta arrivando e arriverà da Roma. L’Antimafia ha subito ipotizzato il reato di voto di scambio e chiesto alla procura di Napoli eventuali notizie di reato: che però non ci sono.

 

Al di là del folclore, “a chilla là l’hanno accidere” aveva detto De Luca della Bindi ricordando di essere stato da lei pugnalato alle spalle con la proposta di cancellarlo dalla lista dei candidati alle regionali, al di là delle successive scuse di lui a lei, la posta in gioco in questo scontro tra istituzioni è il tipo di politica e democrazia che vogliamo. In un caso, è lecito lo scambio di promesse e di voti  tra qualsiasi elettore e qualsiasi eletto, ti voto perché darai una casa, un lavoro a me e a quelli come me, o mi dai un po’ di welfare in più o mi riduci le tasse o mi risolvi un problema, insomma uno scambio alla luce del sole tra potere e cose materiali, di cui solo gli elettori possono essere supremo giudice, come avviene nelle democrazie sane. Oppure si chiede agli elettori di votare per programmi, inseguendo nobili principi, con slanci di pia rettitudine e cavalcando nobili utopie: uno scambio di potere contro chiacchiere.

 

Sarebbe un segno di progresso civile e culturale chiudere la Commissione antimafia e cancellare il reato di voto di scambio.

 

Un’altra buona ragione per chiudere la Commissione antimafia

Con la scusa degli “impresentabili” ormai l’organismo presieduto da Rosy Bindi fa parlare di sé prima di ogni votazione, e fa salti mortali per dimostrare l’indimostrabile. Il caso De Luca – con la surreale accusa di voto di scambio – è solo l’ultimo esempio.

 

MENO MALE CHE NAPOLITANO C’E’

 

A volte la foga dialettica gioca brutti scherzi e nel caso del “Dibba” (voto 3) da prete: il pentastellato ha detto che Napolitano per i suoi sessanta anni di carriera politica e di presenza in parlamento è il primo responsabile del disastro nazionale. Il ragazzo avrebbe fatto meglio a studiare invece di andarsene in giro in America latina in motocicletta, come un novello Che senza memoria.

E’ stato Casini (voto 8) a ricordare che la decisione di mettere mano a una riforma della seconda parte della Costituzione non fu di Renzi ma di Napolitano che la pose come condizione per accettare la sua rielezione: il parlamento incapace di eleggere un nuovo capo dello stato glielo aveva chiesto in ginocchio e lo aveva applaudito a spellarsi le mani quando nel discorso di accettazione parlò appunto di impegno comune e risoluto per la riforma della Costituzione e della legge elettorale. Non c’è niente da fare, il parlamento più applaude, più si commuove e più dimentica. Anche Giovanni Paolo II fece un memorabile discorso per chiedere clemenza per i detenuti. Anche allora applaudirono tutti. Anche Casini. Se lo ricorda, signor presidente della Commissione esteri?  

 

 

UNA CAMPAGNA CIVILE

 

Questa storia della campagna incivile e barbara è davvero una stronzata: a parte che altrove pure non scherzano e se le danno di santissima ragione, ti faccio sbattere in galera, sei corrotta e ingorda, e tu sei un ladro imbroglione evasore e puttaniere, non ricordo una campagna in cui si è parlato di più di contenuti di questa per la riforma della Costituzione, sul divorzio e sull’aborto si andava subito all’osso e a parlare erano sopra tutto le donne. Non è dunque per una scrofa ferita o cose simili che dobbiamo buttarci giù: è stata una campagna noiosa questo sì come noiosa è la materia su cui siamo chiamati a votare. E che vada a farsi fottere l’Economist, l’unico giornale al mondo che sull’Italia non ci ha mai colto, nemmeno per sorteggio.

 

Why Economist is unfit to read Italy

A chi conviene difendere lo status quo? Dall’Economist a Md fino alla Cgil

 

SPECIE INTELLETTUALE 1

 

Intanto proliferano due strane specie intellettuali. Una ci aggiorna quotidianamente sullo scarto crescente in America tra i voti per i Grandi elettori nei singoli stati e il cosiddetto voto popolare: uno scarto che era poco più di centomila nelle ore immediatamente dopo il voto e ora è di due milioni a sfavore di Trump.  Allora? Cambia qualcosa?  Davvero nulla. La legge elettorale americana è incredibilmente complicata, farraginosa, se vogliamo anche ingiusta, ma sembra il solo modo per far votare una federazione e nessuno si è mai lamentato prima di questi italiani hillaristi di complemento.

 

 

SPECIE INTELLETTUALE 2

 

C’è poi la specie di quelli che danno al presidente del Consiglio qualche consiglio. Come questo: sarebbe intelligente da parte sua dimettersi prima del referendum per rimuovere l’ostacolo della sua persona alla libertà del voto. I vini sardi fanno assai male.

 

 

 

 

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    27 Novembre 2016 - 18:06

    Intellettuale 1+ intellettuale 2 = Intelletto 0. Gli intellettuali odierni, sono definibili “Intellettuali organici”?. Cioè di parte? Per Gramsci erano intellettuali organici: “coloro che, in un gruppo sociale, in un partito, una associazione, costituiscono, per la loro preparazione culturale, per capacità proprie, per ingegno, la mente direttiva e organizzatrice”. Il primo esempio viene da Platone: l’intelletto è irresistibilmente attratto dalla “politica”. Bene, quando ciò accade si esce dalla definizione propria di intelletto e si entra in quella gramsciana. Oggi però siamo a intellettuale 1 e 2. Tutta roba di comodo, opportunistica, ad usum delphini. Non è precisazione peregrina. Se per intellettuale s'intende chi accoppia soggetto e predicato, ha parlantina fluida, look accattivante, allora Salvini e Di Battista, sono intellettuali massimi. Furoreggia la brama di massa per essere considerati "intellettuali". Non sanno che la casta dei Bramini Intellettuali, ride di loro.

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  • lorenzolodigiani

    27 Novembre 2016 - 13:01

    Fillon, Juppe', Macron, qualunque dei tre pur di contrastare l'ondata lepenista. Sarebbe un segnale importante proveniente dalla Francia per scoraggiare i populismi antieuropei che, Brexit a parte, non hanno finora ottenuto successi sostanziali. Per me l'Austria rappresenta un paese marginale. Non parliamo dell'Ungheria.

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