Sicilia (in)felix, segnavento della politica italiana

Chi la prende sbanca, chi la perde cade? Dilemma isolano con duello Pd e nemesi a Cinque Stelle.

Grillo

Beppe Grillo attraversa a nuoto lo Stretto di Messina (foto LaPresse)

Roma. Prendi la Sicilia e sbanchi. Prendi la Sicilia e argini il danno. Prendi la Sicilia e intravedi una possibilità di rivoluzione, metamorfosi o conquista. E insomma con la Sicilia non ci si può permettere di non fare i conti, nella campagna referendaria in cui Beppe Grillo, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi non smettono di puntare l’occhio all’isola dove un tempo sventolavano le bandierine televisive blu del Silvio Berlusconi vincitore (con Emilio Fede cantore) e dove, nell’autunno 2012, l’ex comico a Cinque Stelle – in fase superomista – sbarcava nuotando, dopo aver percorso lo Stretto di Messina a bracciate, per mettersi poi a correre per piazze e vicoli in qualità di Forrest Gump dell’anticasta e del “dàgli” ai partiti-zombie. E adesso questa Sicilia laboratorio del parziale e matafora del globale, dove il cambio del vento è prodromo di tempeste sul continente, sembra essere diventata per i protagonisti del Sì e del No il mostro addormentato cui tagliare la testa: perché se la solleva di qua vince il No (e ieri Repubblica, citando “sondaggi del Nazareno”, lo dava in testa nell’isola), ma se la solleva di là può vincere il Sì.

Ma anche 5 Stelle

Il referendum (lottare, sì, però senza strafare), legge elettorale, Siria, Putin, Roma. Dove il Movimento 5 stelle è una cosa e il suo contrario
 

 

E se i Cinque stelle, in Sicilia, hanno per primi gioìto, ai tempi in cui (2012) il voto regionale li spedì a Palazzo d’Orleans trionfanti, con passeggiata simbolica in posa da “Quarto stato” per le strade di Palermo, oggi dalla Sicilia gli stessi Cinque stelle sentono arrivare spifferi fastidiosi (vedi questione delle firme “ricopiate” – che pareva una barzelletta e invece oggi piomba sulle scrivanie grilline con confessione di una deputata regionale e contorno di attenuanti del tipo “forse non si sapeva che era reato”). Sicilia che rassicura, ma anche Sicilia che si fa nemesi. Ma proprio in Sicilia, quest’anno, in settembre, Beppe Grillo, pensando alle future Regionali, alle Comunali di Palermo e anche all’imminente tour per il No, aveva deciso di mettere in piedi la festa nazionale del M5s, con mezza-investitura ufficiosa di Giancarlo Cancelleri, leader dei Cinque stelle locali, e slogan tonitruanti-automotivazionali (“Prendiamoci la Sicilia”; “Liberiamo Palermo”), e rassicurazione della Rete (“ci saranno consultazioni on line” sul nome del candidato governatore e del candidato sindaco di Palermo), ma anche con decisione accentratrice: “Io sarò capo politico”, aveva detto alla festa il comico, rimangiandosi il “passo di lato”.


Intanto però dal Pd si scaldava la Ditta (bersaniana), se non la Truppa (renziana). E se Pier Luigi Bersani, peregrino tra Ragusa e a Siracusa, si affacciava sull’isola a difendere il No, e se Roberto Speranza, sempre in nome del No, faceva capolino in quel di Palermo, a Roma si cominciava a rimuginare sull’effetto plastico dirompente di quella campagna Renzi-Bersani da “separati in casa”, uno per il No e l’altro per il Sì, l’uno sulle orme dell’altro a intermittenza. Poi però Bersani, a pochi giorni di distanza dal giro isolano, aveva scritto una lettera apparentemente distensiva a Repubblica, in cui rassicurava – “non è in gioco il governo” – e però, alla luce dei sondaggi che davano il No in vantaggio in Sicilia, si toglieva qualche piccola sodisfazione: “Da oltre un anno a questa parte, se avessi avuto l’inedita occasione di essere seriamente e direttamente ascoltato, avrei detto quel che andavo dicendo pubblicamente e che devo ripetere oggi – scriveva Bersani – Aver messo in gioco il governo sui temi costituzionali ed elettorali ha acceso la miccia scoperchiando il vaso di Pandora delle tensioni accumulate in questi anni… Al fondo, in realtà, c’è un’enorme questione sociale mondiale e italiana che meriterebbe di essere nominata e compresa, e non taciuta o negata dalla gufologia”. Tempo due giorni, e Renzi si riaffaccia in Sicilia per la terza volta in due mesi, per parlare d’altro ma anche no. Infrastrutture, con il miraggio del Ponte rilanciato in settembre, sgravi, lavori pubblici, impulso alle assunzioni. Infine referendum, con quel Sì da propagandare a Ragusa e a Siracusa, città dove il No bersaniano è appena risuonato.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    20 Novembre 2016 - 12:12

    Segnavento? Direi Paravento, si può conquistare persino, semplicemente, con Pinne e okkiali e neanche bisogno del fucile (vista la location, lupara): il natante comico l'ha dimostrato.La Sicilia, dove anche lo zibibbo, ormai, è una allegoria ( Gad Lerner novello "rosso gambero").

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