Romanzo esterno in associazione mafiosa

Il caso Cosentino e la solita vacuità di un reato onnicomprensivo.

Scarcerato Cosentino domiciliari forza italia

Scarcerato Cosentino: l'ex sottosegretario Fi ai domiciliari (foto LaPresse)

Nicola Cosentino è stato condannato, in primo grado, a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La gravità della condanna a prima vista sembra comprovare la solidità delle tesi sostenute dall’accusa, ma un’osservazione più attenta della sentenza mette in dubbio questa convinzione. L’accusa aveva chiesto una pena doppia di quelle irrogata, e la differenza sta nella assoluzione ottenuta da Cosentino per il reato di riciclaggio, che rappresentava in sostanza il collegamento tra il presunto atteggiamento di favore verso i clan e un’operazione effettivamente riconducibile all’ex sottosegretario. Man mano che gli elementi di fatto citati dall’accusa cadono perché non esistono o non sono sufficienti le prove che li sostengono, il castello accusatorio si rivela più fragile, basato sostanzialmente sull’interpretazione di asserzioni di qualche pentito, magari considerato inattendibile in altri procedimenti paralleli.

 

 

La contiguità tra Cosentino e le bande criminali appare sempre più come semplicemente cronologica, senza alcun suffragio di atti o di collegamenti provati, il che fa pensare più a una trama romanzesca che a una concreta concatenazione di responsabilità personali. Alla fine, se nei successivi passaggi processuali continuerà il disboscamento delle già esili connessioni fattuali, resterà poco più di quello che si potrebbe considerare un reato di opinione, una insufficiente azione di contrasto politico nei confronti della criminalità da parte di un rappresentante importante del potere pubblico. Solo il confuso e indefinito reato di concorso esterno permette di perseguire sensazioni e opinioni, senza bisogno che il reato venga incarnato in fatti concreti e verificabili. C’è un potere politico, c’è una criminalità organizzata nella stessa zona, quindi ci “deve” essere una connessione. Questo è il modo di ragionare dello scrittore Roberto Saviano (che infatti già si porta avanti con il lavoro, domandandosi chi è adesso a gestire questo collegamento), ma un procedimento giudiziario non ha o almeno non dovrebbe avere i caratteri di una “realtà romanzesca”, almeno in uno stato di diritto degno di questo nome.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    18 Novembre 2016 - 22:10

    Una sentenza ancora più scandalosa di quella che ha condannato Totò Cuffaro. Ma come si fa a non capire che è impossibile difendersi in un processo da un'accusa tanto generica? In un dibattimento non dovrebbe essere ammessa una imputazione che non sia precisa e circostanziata (o "tipizzata"). Altrimenti è materia per quei "cialtroni imbecilli sfessati e pinguini" che sono i giornalisti.

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