Come processare con i numeri i giornalisti passacarte delle procure

La stampa e il regime del giustizialismo - un libro da leggere

Giustizia

(foto LaPresse)

Che l’approccio tipico della stampa italiana alle vicende giudiziarie sia in gran parte colpevolista, inquisitorio e irrispettoso dei più basilari diritti di difesa delle persone coinvolte, condannate ancor prima di essere giudicate in un’aula di giustizia, è cosa nota. Ora però a confermarlo sono i numeri di un’indagine compiuta dall’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi), raccolti in un libro dal titolo “L’informazione giudiziaria in Italia: libro bianco sui rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale”, che verrà presentato lunedì alle 11 presso la sede dell’Ucpi. Gli avvocati dell’Osservatorio, con la collaborazione del dipartimento di statistica dell’Università di Bologna, hanno raccolto e studiato per sei mesi (da giugno a dicembre 2015) i dati ricavati dagli articoli di cronaca e politica giudiziaria dei più importanti quotidiani italiani – circa 27, tra quotidiani ad edizione nazionale e locale (dal Corriere della Sera a Repubblica, dalla Stampa al Sole 24 Ore, dal Fatto Quotidiano al Giornale, dal Quotidiano Nazionale al Mattino) – in base a parametri qualitativi preventivamente individuati.

 

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L'ex generale dei carabinieri, per due volte accusato in maniera infamante e per due volte assolto nel silenzio generale dei media, si èdeciso a raccogliere il testimone della battaglia per la giustizia giusta che fu di Enzo Tortora.

 

Dall’analisi di ben 7.373 articoli pubblicati nel periodo, come scrive Renato Borzone, responsabile dell’Osservatorio, emerge innanzitutto “un’impostazione di totale svalutazione di quello che è il processo vero e proprio (il dibattimento) e una ossessiva e impropria ipervalutazione della fase delle indagini, presentate di fatto ai lettori (per titolazione, contenuti e commenti) come il ‘vero processo’”. Quasi sette articoli su dieci, infatti, riferiscono notizie che riguardano le indagini: quasi due terzi del totale degli articoli (il 64 per cento) sono relativi all’arresto dell’indagato (il 27,5 per cento) o alle indagini preliminari (poco meno del 37 per cento), mentre un ulteriore 5 per cento fa riferimento alla fase di chiusura delle indagini. Quando il processo giunge in dibattimento, le paginate di notizie scompaiono e l’informazione sulla vicenda giudiziaria si immerge nel silenzio: solo il 13 per cento degli articoli riporta informazioni relative alla fase di dibattimento e solo l’11 per cento informa i lettori dell’esito del processo. La sentenza finale viene riportata asetticamente, con scarsissimo spazio rispetto a quello riservato all’esordio dell’inchiesta, e presentata al pubblico come una sorta di iattura.

Le informazioni sulle indagini, come scrive Beniamino Migliucci (presidente dell’Ucpi), vengono in altre parole “sapientemente pubblicate e divulgate per creare consenso preventivo”, il tutto “ignorando regole processuali, violando la riservatezza e la salvaguardia della verginità cognitiva del giudice che viene bombardato da informazioni riguardanti le indagini”. La concentrazione dell’attenzione dei giornali sulla fase delle indagini si riflette, infatti, inevitabilmente su un approccio profondamente accusatorio dei contenuti degli articoli pubblicati: poco meno di un terzo degli articoli è stato classificato con un’impronta colpevolista, un altro 33 per cento di articoli si limita a riportare le tesi del pubblico ministero senza esprimere giudizi favorevoli a queste ultime, il 24 per cento ha un’impronta neutra e infine solo il 3 per cento degli articoli prende una posizione innocentista e di garanzia nei confronti degli indagati o imputati. E questo senza dimenticare, come sottolinea Glauco Giostra (professore di Diritto penale all’Università La Sapienza) nella parte di commento del libro ai dati, che anche la cronaca classificata come neutra “passa all’opinione pubblica – in modo per così dire in intenzionale, e forse per questo di maggior presa – un messaggio di implicita responsabilità dell’imputato”.

Il contenuto degli articoli, inoltre, risulta fondato essenzialmente su fonti di carattere accusatorio. L’ufficio del pubblico ministero è menzionato quale fonte di una notizia da un articolo su tre, poco meno del 30 per cento degli articoli trae le notizie da atti processuali e il 28 per cento cita fonti della polizia giudiziaria. Solo il 7 per cento degli articoli riporta notizie di fonte difensiva. Menzione (tristemente) particolare merita l’uso delle intercettazioni: in poco più di 1.100 articoli su 7.300 circa analizzati si fa menzione di intercettazioni (telefoniche, ambientali o telematiche), ma il dato più preoccupante è che nel 7 per cento dei casi in cui le intercettazioni vengono pubblicate, sono riportati passaggi integrali delle conversazioni, in assoluta violazione delle norme del codice di procedura penale. Sembra evidente come in questo modo il sistema informativo italiano finisca per ignorare quasi completamente il principio di presunzione di innocenza previsto dalla nostra Costituzione. Emblematica di questo approccio illiberale è, secondo Giorgio Varano (responsabile della comunicazione dell’Ucpi), la vicenda che ha coinvolto la ricercatrice Ilaria Capua, dipinta per mesi dai giornali (e in particolare dal settimanale L’Espresso) come una pericolosa “trafficante di virus” e poi assolta nel silenzio generale dei media (a causa di questa gogna ha deciso di dimettersi dalla carica di deputata e di fuggire via dall’Italia).

Il caso Capua ha, da un lato, confermato gli effetti distruttivi del “processo mediatico”, in cui “non è solo l’azione giudiziaria a incidere negativamente sulla reputazione di una persona, ma soprattutto l’effetto determinato dal risalto, spesso morboso e superficiale, fornito alle indagini dai mezzi di informazione”; e, dall’altro lato, ha dimostrato la profonda trasformazione dubita dal giornalismo giudiziario, in cui sembra essere nata una “perversa sinergia” tra investigatori e “informatori”: si diffondono notizie sui mezzi di comunicazione “per poi monitorare le reazioni dei soggetti indagati, attraverso ad esempio intercettazioni ambientali, telefoniche o telematiche, per ottenere, o almeno cercare di ottenere, un riscontro sulle ipotesi investigative”. Insomma, i giornalisti non più solo passacarte delle procure, ma direttamente funzionari di polizia giudiziaria alle dirette dipendenze degli investigatori. 

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    19 Novembre 2016 - 13:01

    E con tutto questo i magistrati si lamentano. Li si può capire, se il modello è la DDR, Davigo sostiene che siamo tutti colpevoli salvo prova contraria, e Magistratura Democratica persegue la rivoluzione per via giudiziaria.

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    • iksamagreb

      28 Gennaio 2017 - 16:04

      Ma la rivoluzione c'è già stata, tant'è vero che i rivoluzionari ormai - come da manuale - sono dittatori. E nessuno riuscirà più a schiodarli dai loro sacri scanni ove esercitano a loro assoluto arbitrio, il potere di vita o di morte su qualunque cittadino. Basta il rumore d'un avviso di garanzia perché ogni persona normale, vedendo cosa possono stampare e proclamare dai video i c.d. giornalisti, sapendo distrutta definitivamente la propria onorabilità, la stima del mondo in cui vive, preferisca togliersi subito la vita. Quante volte è successo? Ma nessun Presidente della Repubblica, massimo garante della sovranità del popolo e dell'innocenza di ogni cittadino fino a sentenza di colpevolezza passata in giudicato, c'ha nemmeno pensato. Stando alle notizie dei c.d."giornalisti", naturalmente. Cossiga, appena fece le mosse per esercitare le proprie competenze in materia, fu additato come pazzo picconatore. Amen. Alla prossima (de)generazione!

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