Berlusconi, The Young Prop

Il No del Cav. al referendum è matto e incoerente ma presenta un riflesso paradossale e indicibile: inseguire una seconda giovinezza proporzionale creando le condizioni per un nuovo patto con gli avversari. Ah, i tedeschi…

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

La seconda giovinezza politica di Silvio Berlusconi passa per una partita che è insieme matta, spericolata, temeraria, incoerente ma non per questo non affascinante e persino intrigante. Con un po’ di malizia, la potremmo sintetizzare così: The Young Prop. Questo giornale, come avrete notato, ha scritto diverse volte che l’ex presidente del Consiglio, nell’ambito della sua campagna referendaria, si trova in un posto che non è il suo, osteggiando una riforma non troppo diversa rispetto a quella che aveva scritto nel 2005 e usando argomenti drammaticamente simili a quelli che i suoi oppositori hanno utilizzato per una vita contro di lui – svolta autoritaria, allarme democratico, emergenza dittatura imminente. Se nel gennaio del 2015 Matteo Renzi e Silvio Berlusconi avessero seguito lo stesso stile semplicemente perfetto adottato nelle ultime ore in Germania da Angela Merkel (Cdu) e da Sigmar Gabriel (Spd) per rafforzare la propria alleanza attraverso la scelta del nuovo presidente della Repubblica – Merkel ieri ha annunciato che i due partiti della grande coalizione tedesca convergeranno su Frank-Walter Steinmeier, uomo Spd, attuale ministro degli Esteri tedesco – probabilmente il patto del Nazareno oggi non si sarebbe rotto (i guai di Renzi e di Berlusconi cominciano lì) e il referendum costituzionale avrebbe visto una naturale alleanza tra forze moderate e progressiste. Nonostante le meravigliose parole offerte ieri al Corriere dal nostro amico Luigi Brugnaro (sindaco di Venezia, di centrodestra, che venerdì al convegno del Foglio ha detto Sì alla riforma costituzionale) sulla necessità di ritentare un patto del Nazareno prima del referendum costituzionale, un accordo tra Renzi e Berlusconi, l’unica mossa politica che ridarebbe ossigeno tanto al presidente del Consiglio quanto all’ex capo del governo, non è fattibile. Ma per quanto possa sembrare paradossale, la seconda giovinezza di Berlusconi passa proprio dalla possibilità, un domani, di riproporre quello schema politico che oggi viene fortemente osteggiato ma al quale allude implicitamente Silvio Berlusconi (e Stefano Parisi) quando immagina lo scenario perfetto a cui sarà necessario lavorare all’indomani del referendum, a prescindere da quale sarà l’esito del voto del 4 dicembre: un patto tra progressisti e moderati. Un patto indicibile, naturalmente, non ammissibile, eppure la seconda giovinezza di Berlusconi, il suo essere incoerentemente ma meravigliosamente un Young Prop, passa proprio da qui: l’amore per lo stesso schema proporzionale (Prop) che in Germania ha portato i moderati di Angela Merkel a concedere ai suoi alleati progressisti (nostalgia) la presidenza della Repubblica.

Le strategie di Berlusconi, si sa, di solito, come ricorderà Renato Brunetta che nell’ottobre del 2013 votò la sfiducia al governo Letta su indicazione di Berlusconi salvo ritrovarsi un istante dopo con lo stesso Berlusconi pronto a votare la fiducia al governo, sono fatte per essere smentite un istante dopo ma oggi la seconda giovinezza del Cavaliere ha un senso che passi dallo schema elettorale più distante dalla cultura maggioritaria imposta a suon di elezioni in Italia dallo stesso Berlusconi: se scommetti sul No (sbagliando), se non vuoi regalare il No al Movimento 5 stelle, se vuoi cercare una posizione che non sia opposta a una cultura di governo oggi rappresentata dal Pd e che non sia vicina a una cultura antagonista dalla quale oggi ti senti distante (il “Le Trumpismo”, mix tra lepenismo e trumpismo, perfettamente sintetizzato da Matteo Salvini) non puoi che lavorare in quella direzione: The Young Prop. I bisticci registrati nel weekend all’interno del centrodestra – con le piazze che marciano divise e disunite seguendo l’una il modello Salvini e l’altra il modello Parisi e le giunte che saltano in città come Padova e che vengono minacciate in città come Venezia – sono segnali che vanno in una direzione precisa: le spaccature nascono dall’idea che comunque andrà a finire il referendum la legge elettorale diventerà più proporzionale di quella che è e che dunque si potrà andare tutti divisi e contenti alle prossime elezioni.

Berlusconi non lo può dire esplicitamente – anche se quando ha ammesso di non sentirsi di destra, ma di centro, come ha detto sabato al Corriere a Francesco Verderami a questo si riferiva – ma nel momento di massima distanza dal Partito democratico in realtà sta lavorando per avere la possibilità di avvicinarsi senza farsi del male ai suoi avversari di oggi, attraverso una legge che permetta con più facilità e più naturalezza un patto permanente, sul modello tedesco, tra moderati e progressisti. E’ uno schema che va evidentemente contro la storia di Berlusconi, che per anni ha magnificamente predicato la necessità di avere un presidente del Consiglio eletto del popolo all’interno di uno sistema bipolare capace di garantire la competizione tra i due grandi poli di governo anche attraverso la semplificazione del sistema istituzionale, ma è uno schema che va spiegato e sviscerato, che probabilmente verrà quotidianamente smentito da Berlusconi, ma che dimostra che il No al referendum costituzionale avrà un senso per Berlusconi (in caso di vittoria del No) solo se riuscirà a ricreare in prospettiva le stesse condizioni che nel gennaio del 2014 gli hanno permesso di risorgere politicamente: un patto con gli avversari di governo, non per questa legislatura ma per quella futura. E a prescindere da quale sarà il risultato del referendum, non è detto che dall’altro lato del tavolo a lavorare a quel patto, a capo del partito rivale, non ci sia ancora la stessa persona che oggi Berlusconi ha scelto di sfidare: The Young Pop + The Young Prop.

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