Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Alla ricerca di una right nation

Salvatore Merlo

“Anche io sono di centrodestra, e per questo voto Sì al referendum”. Parla Dario De Luca, sindaco di Potenza, cattolico e nazarenico. “Sono le riforme del Cav., come posso stare con il No?”.

Roma. Cattolico, da sempre di destra, anzi di centrodestra (“nel 1994 votai Berlusconi perché voleva scongelare l’Italia”), specifica, nel comune che amministra da quasi due anni ha allargato la sua maggioranza al Pd, “e adesso collaboro con il mio avversario alle elezioni”, racconta questo ingegnere pragmatico e dall’aria di galantuomo che dal 2014 è sindaco di Potenza: “Non dobbiamo obbedienza a nessun partito, non abbiamo vincoli, destra e sinistra, e lavoriamo per salvare la città che stava sprofondando nel dissesto economico. E’ quello che speravo accadesse anche in Italia, con il Nazareno. Ed è la ragione per la quale adesso intendo votare Sì al referendum di dicembre”.

 

E insomma Dario De Luca, sessant’anni, “un passato da elettore di An ma senza tessere di partito”, è uno di quei prodotti di successo dell’Italia post-ideologica che tuttavia non usa il turpiloquio e non invoca la rivoluzione dell’anticasta a tutte le ore del giorno (e talvolta della notte), non conosce infatti la grammatica del tribuno, ma è un professionista – ingegnere edile – imbevuto di sapere tecnico ed eleganza espressiva, uno che ricorda per certi versi il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, ma un Brugnaro applicato a una città meridionale, dunque con i problemi di una città del sud, e senza i tratti un po’ arruffati e spavaldi dell’imprenditore self- made man che governa Venezia. “Sono più di vent’anni che si parla di cambiare le regole del gioco, di modificare gli assetti istituzionali del nostro paese”, dice De Luca, “ho sempre sperato che lo facesse Berlusconi, ma non è andata così. Per questo adesso mi fa un po’ specie vedere che Forza Italia sia schierata per il No”.

 

E insomma ci sono in Italia sindaci di centrodestra, come a Venezia, e come a Pomigliano d’Arco, o come Flavio Tosi a Verona, che osservano da una certa distanza il conflitto politico che si accende intorno al referendum, al destino di Matteo Renzi e alle legittime ambizioni elettorali dei partiti che si oppongono alla riforma costituzionale, tutto quel genere di marasma accelerato in cui il famoso e fumoso merito della riforma si annacqua in dosi omeopatiche, “aggrovigliato com’è”, dice De Luca, “a calcoli contingenti, che hanno a che vedere con gli equilibri di potere nazionale mentre questa riforma andrebbe invece soppesata seguendo princìpi più generali, indipendenti dalle logiche di vantaggio delle singole forze politiche”.

 

E il sindaco di Potenza la vede così: “Da più di un anno osserviamo le vicende complesse e faticose che hanno portato all’approvazione in Parlamento di questa riforma costituzionale, e di colpo abbiamo anche assistito a mille ripensamenti, quelli del centrodestra e quelli di una parte del centrosinistra. Facciamo tanta fatica a cambiare. Credo che molti sostenitori del No abbiano ragione nell’esprimere certe critiche. Io stesso sono convinto che sarebbe stato meglio abolirlo il Senato, i costi, per esempio, sono nella macchina amministrativa, che rimane invariata. Tuttavia ho un’impressione inquietante che riguarda il fonte del No, e cioè che al suo interno, soprattutto, si esprima un certo cinismo e una perniciosa difesa dello status quo. Mi spiego: D’Alema è quello delle riforme e della Bicamerale, o no? Ecco. Allora, come fa oggi a essere contrario alla riforma? E Forza Italia, quella del nuovo miracolo italiano? Io credo che molti liberali veri, anche dentro Forza Italia, specie tra gli elettori, siano favorevoli a modificare l’assetto istituzionale, che è sempre stato parte del programma di governo del centrodestra. Oggi invece persino Stefano Parisi è schierato per il No. E anche lui per ragioni strumentali: è vissuto come un corpo estraneo dall’establishment del suo partito, e allora deve stare con il No per non essere espulso definitivamente come un calcolo renale. Ma sbaglia. Perché non si può stare dalla parte del No solo per abbattere Renzi, o perché questo ‘conviene’. Ragionando così, alla fine, non si cambia mai nulla. Ci sarà sempre, infatti, un Renzi da abbattere: chi comanda generalmente è l’uomo da abbattere. Ma questo è un modo di ragionare nichilista. E poi agli amici del centrodestra io vorrei dire una cosa: si oppongono alla riforma sperando di sostituire Renzi. Sicuri che sarete voi a sostituirlo? Io, leader degni di questa definizione non ne vedo”. C’è Matteo Salvini. “Che non è rappresentativo del paese, che viene da un partito che voleva mettere il tricolore nel gabinetto”. 

 

E dunque la riforma, la riforma costituzionale, imperfetta me necessaria. “La verità”, dice De Luca, “è che se non ci diamo una mossa il mondo non ci aspetta. E il cinismo va messo da parte. La storia si muove alla velocità della luce, e noi non possiamo restare fermi, con la doppia fiducia votata sia dalla Camera sia dal Senato, con un sistema farraginoso ed estenuante. L’Italia ha bisogno di decisioni rapide per stare al passo con la competizione feroce del mondo globalizzato. Il paese ha bisogno di innovazione, e non di catalessi. E allora io penso questo”, dice il sindaco di Potenza. “penso che questa riforma istituzionale, non perfetta, debba essere il primo passo, deve aprire a una stagione di profondo ripensamento del nostro sistema, deve servire a rimettere in moto il meccanismo. Poi bisognerà occuparsi della burocrazia, che deve essere ripensata e riformata per intero, affinché possa essere veloce ed efficiente, che sono i due presupposti perché sia anche onesta. Ma bisogna che da qualche parte si cominci. Dunque oggi non si può stare con il No, e lo dico da uno di centrodestra”.

 

A Potenza, De Luca governa con una specie di grande coalizione, “per questo io il patto del Nazareno non lo vedevo male”, spiega, abbandonandosi a un’altra eresia. “Il Nazareno accantonava le divisioni. E alcune riforme fatte da questo governo, con i voti della destra, sono quelle che Berlusconi voleva nel 1994. Guardi, l’Italia è in una fase ambigua, di grande incertezza. Ci vuole coraggio. Bisogna anche fare cose impopolari, nel breve periodo. E per sfidare l’impopolarità si deve collaborare. Le forze politiche, stando insieme, il coraggio se lo possono anche dare. L’altro giorno ho sentito Renzi da Fabio Fazio, e mi sembrava paventasse di nuovo una sua uscita di scena in caso di sconfitta al referendum. Non fa che ringalluzzire i suoi avversari. E’ un modo totalmente sbagliato di comunicare. Siamo a livelli altissimi di incertezza. Mi rassicurerebbe sentire da parte del fronte del No delle proposte, qualcosa che dia la possibilità di recuperare una parte delle riforme anche se il No dovesse vincere. E invece temo che una vittoria del No possa congelare le riforme per molto, molto tempo. E sarebbe una tragedia”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.