Sull’elezione del Capo dello Sato i conti di Settis & Zagrebelsky non tornano

Non solo Jp Morgan. I professori lanciano allarmi: se vince il Sì il Presidente della Repubblica potrà essere eletto anche da “sole 6 persone”. Naturalmente non è vero, con la riforma il quorum per l’elezione del Capo dello Stato sale e la maggioranza sarà obbligata a fare accordi con l’opposizione.
Sull’elezione del Capo dello Sato i conti di Settis & Zagrebelsky non tornano

Salvatore Settis

A fianco alla “riforma dettata da Jp Morgan” la fola più ripetuta in questa lunga campagna referendaria è che se passa la riforma renziana il Presidente della Repubblica potrà essere eletto anche da “sole 6 persone”. E vedi mai che al posto di Mattarella al prossimo giro si chiudono in Parlamento Renzi, Boschi, Lotti, Verdini e altri due amici ed eleggono Presidente della Repubblica proprio il signor Jp Morgan.

 

Chi è convinto di questa eventualità è Salvatore Settis, “un archeologo con due lauree ad honorem in diritto costituzionale” (come ci tiene a ricordare il suo amico Tomaso Montanari, anch’egli impegnato per dire No). Settis, parlando dei cambiamenti apportati all’art. 83, sostiene che mentre oggi il Capo dello Stato viene eletto con una maggioranza di due terzi dell'assemblea nei primi tre scrutini e con la maggioranza assoluta dal quarto in poi, con la riforma renziana non sarà più così: “Se la riforma sarà approvata nel referendum – scriveva su Repubblica – nei primi tre scrutini resta valida la maggioranza di due terzi dell'assemblea, dal quarto in poi si passa ai tre quinti dell'assemblea; ma la vera novità della riforma scatta a partire dal settimo scrutinio: da questo momento in poi basterà la maggioranza assoluta non più dell'assemblea, bensì dei votanti”. Il quorum è più alto, ma c’è un trucco autoritario. “In altri termini, se al settimo scrutinio dovessero votare solo 20 fra deputati e senatori, a eleggere il Presidente basteranno 11 voti”. In realtà no, perché i tre quinti di 20 (cioé il 60 per cento) fa 12 e non 11, ma la sostanza non cambia: il massimo organo di garanzia può essere scelto da poche persone. E infatti Settis ribadisce il concetto in un’altra occasione, a Di Martedì: “Quando si arriva all’ottavo scrutinio, se nell’aula ci sono 10 persone – dice Settis – 6 o 7 persone eleggono il Presidente della Repubblica. È mai possibile questa cosa?”.

 

No che non è possibile. Perché la Costituzione, che Settis dovrebbe conoscere a menadito, dice all’art. 64 – non toccato dalla riforma – che: “Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti”. Quindi per rendere valida la votazione dovranno essere presenti almeno la metà più uno dei 732 grandi elettori (630 deputati, 100 senatori e 2 presidenti emeriti), ovvero 367. Così nei primi tre scrutini il quorum sarà di 488 (due terzi dell’assemblea), 440 fino al sesto scrutinio (i tre quinti dell’assemblea) e poi i tre quinti dei votanti purché non siano meno del numero legale (367).

 

Insomma, Settis dice una sciocchezza. E di questo ne è consapevole il suo amico e costituzionalista (con laurea non ad honorem) Gustavo Zagrebelsky, che però dimostra il rischio che un signor Jp Morgan possa essere eletto Presidente della Repubblica con pochi voti con un ragionamento più sofisticato: “Il riferimento, dal settimo scrutinio, ai ‘votanti’ anziché ai ‘presenti’, agevolerà tatticismi parlamentari volti ad abbassare ulteriormente il quorum di elezione. In estrema ipotesi, poiché gli organi parlamentari operano come minimo alla presenza della metà più uno dei componenti, sarebbero sufficienti i tre quinti di 366 votanti, vale a dire 220 consensi”, scrive Zagrebelsky nel suo vademecum “Loro diranno, noi diciamo”. Ciò vuol dire che attraverso il “combinato disposto” con l’Italicum, il partito che avrà la maggioranza potrebbe eleggersi il Presidente da sola.

 

Il professor Zagrebelsky dovrebbe ricordare che questo è ciò che è già accaduto con la prima elezione di Giorgio Napolitano, quando il centrosinistra si è scelto il suo Presidente della Repubblica al quarto scrutinio, in cui bastava la maggioranza assoluta, con il 54 per cento dei voti. Con la riforma il quorum sale dal 51 per cento al 60 per cento e alle opposizioni basterà presentarsi sempre in aula per impedire alla maggioranza di eleggersi il proprio candidato e costringerla a trovare un qualche accordo.

 

Se le opposizioni o qualche opposizione dovesse assentarsi per favorire la scelta della maggioranza, sarà per una scelta deliberata e per un accordo. Ma questo lo afferma implicitamente lo stesso Zagrebelsky quando scrive che la riforma dal settimo scrutinio in poi – cioè quando le cose vanno per le lunghe – “agevolerà tatticismi parlamentari volti ad abbassare ulteriormente il quorum”. I “tatticismi parlamentari” sono proprio la conseguenza di una trattativa e di un accordo tra maggioranza e opposizioni, l’esatto opposto del rischio paventato da Zagrebelsky: se la maggioranza potesse eleggersi il Presidente della Repubblica da sola, come accade con la costituzione vigente, non ci sarebbe bisogno di alcun tatticismo. Le sentinelle del rischio “deriva autoritaria” e “asservimento ai poteri finanziari” possono stare tranquille: Renzi non potrà eleggere Presidente della Repubblica il signor Jp Morgan. A meno che non siano d’accordo anche le opposizioni.

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