Le cattedre Natta non sono la panacea, ma un sasso nell'università stagnante sì

L'assunzione di 500 cervelli di chiara fama, i pro e i contro. Il 'commissariamento' governativo sulla scelta dei selezionatori crea un precedente potenzialmente pericoloso, ma si tratta del primo tentativo di promuovere il principio meritocratico nell'accademia italiana.

Le cattedre Natta non sono la panacea, ma un sasso nell'università stagnante sì

Matteo Renzi all'inaugurazione anno accademico all'università di Bologna nel 2014 (foto LaPresse)

Da qualche giorno la comunità scientifica è in subbuglio a causa delle “cattedre Natta”, le 500 posizioni da professore associato e ordinario che il governo si accinge ad assegnare a ricercatori eccellenti, per lo più residenti all’estero. I toni sono così accesi che molti accademici hanno evocato lo spettro del ventennio, paragonando Renzi a Mussolini e accusandolo di usare “metodi fascisti” per assoggettare l’università, la cultura e il pensiero critico. A suscitare indignazione è la notizia che i presidenti delle commissioni giudicatrici saranno nominati “con Decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del MIUR, tra studiosi di elevatissima qualificazione scientifica che ricoprono posizioni di vertice presso istituzioni di ricerca estere o internazionali”.

 

Naturalmente è lecito criticare l’iniziativa di Palazzo Chigi, ma non sembra costruttivo farlo a prescindere e con toni da tifoseria. Credo sia superfluo commentare l’evocazione del fascismo. È utile invece riflettere pacatamente sulle debolezze e sui pregi del primo intervento significativo in tema di università in più di due anni e mezzo di governo Renzi.

 

Il problema fondamentale della ricerca italiana è il sottofinanziamento sistematico e persistente, by any standard. Misure emergenziali come le 500 cattedre Natta e le 500 borse di studio per liceali meritevoli non scalfiscono in alcun modo il problema e tradiscono la mancanza di una seria volontà politica di affrontarlo.

 

Detto questo, è avventato (e assai poco scientifico) indulgere in previsioni apocalittiche sull’esito dell’iniziativa. Non conosciamo i criteri che saranno usati dal MIUR per selezionare i presidenti delle commissioni né, ovviamente, i nomi dei commissari. Varrebbe la pena aspettare di vedere il loro spessore scientifico, e soprattutto i parametri che le commissioni adotteranno per valutare i candidati, prima di gridare alla catastrofe. Forse le nomine saranno politicizzate e foriere di nuove lottizzazioni. Ma può anche darsi che l’investitura governativa dei commissari “stranieri” serva proprio a garantirne l’autonomia contro le pressioni delle lobby accademiche.


Certamente, con la scelta di avocare a sé la nomina dei selezionatori, il governo rivela una profonda sfiducia nell’accademia italiana. In pratica si tratta di un commissariamento, che non può che essere vissuto con delusione e sospetto dalla comunità universitaria. Il “commissariamento” inoltre crea un precedente potenzialmente pericoloso: supponiamo che i prossimi governi vogliano reiterare la pratica inaugurata con le cattedre Natta scegliendo i commissari anche per i concorsi successivi. Che cosa accadrebbe se al governo si trovasse un partito nelle cui fila sono diffuse credenze antiscientifiche sui vaccini, le scie chimiche e le cure alternative contro il cancro? Finiremmo per far selezionare i professori del futuro da qualche stregone da talk show?

 

Il dibattito per nulla avvincente sulla matrice fascista o meno dei metodi del governo, comunque, rischia di farci trascurare altri aspetti del decreto che meritano una discussione approfondita. Anzitutto si spera che l’assunzione di professori eccellenti abbia ricadute positive sulle strutture che li ospiteranno, migliorandone la capacità di ottenere fondi di ricerca, trasmettendo conoscenza e competenze, e coltivando i talenti già presenti nei dipartimenti.

 

Inoltre va ricordato che i nuovi professori avranno uno stipendio sensibilmente più alto dei colleghi reclutati coi metodi tradizionali. Si tratta del primo tentativo di introdurre il principio per cui chi lavora meglio deve essere trattato meglio. Una norma acquisita nelle università di tutto il mondo (dove il salario dei docenti è in misura variabile oggetto di contrattazione) e finora sconosciuta in Italia, dove uno dei problemi dell’università, e in generale della pubblica amministrazione, è che mancano gli incentivi a far bene. Tuttavia gli incentivi dovrebbero essere disegnati in modo più pervasivo e organico. Oltre a stabilire ex ante che pochi eletti debbano avere un trattamento migliore (con tutto ciò che ne consegue sulle motivazioni degli studiosi bravi che sono pagati meno), bisognerebbe premiare ex post la produttività scientifica dei professori (e non solo dei dipartimenti e degli atenei come in parte avviene già adesso), sulla base di una valutazione periodica dell’attività di ricerca di ognuno. In questo modo si stimolerebbe una virtuosa competizione tra gli studiosi, incentivati a lavorare meglio, e tra gli atenei, che potrebbero contendersi gli studiosi più bravi. Col risultato di rendere il nostro paese finalmente attraente anche per i migliori ricercatori stranieri, oltre che per i turisti.

 

Una riforma del genere incontrerebbe resistenze fortissime, perché premialità e valutazione intaccano rendite di posizione sedimentate da decenni ed è normale che i titolari di tali rendite vogliano impedire il cambiamento. L’ostacolo principale, tuttavia, è la mancanza di fondi. Per implementare una riforma di sistema che promuova competizione e merito è necessaria una massiccia infusione di risorse finanziarie, ben al di là di interventi episodici come le cattedre Natta o le borse per i liceali.

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