Renzi deve preoccuparsi se le parole sulla destra fanno così scandalo

Il capo del governo ha commesso l’errore di molti spregiudicati seduttori: si è sentito sicuro della sua conquista - di Adriano Sofri
Renzi deve preoccuparsi se le parole sulla destra fanno così scandalo

Ho letto le frasi d’apertura del dialogo fra il direttore del Foglio e Matteo Renzi, che per giunta l’ha pronunciata “d’un fiato”: “Inutile girarci intorno: i voti di destra saranno decisivi al referendum. La sinistra, ormai, è in larghissima parte con noi. Direi che la stragrande maggioranza è con noi. La questione vera oggi è la destra”. Era piuttosto inevitabile leggerla alla rovescia: la sinistra è perduta, vediamo di recuperare a destra. Brutta notizia per me, che sono di sinistra (in tempi di autoanagrafe, sono la sinistra). Non buonissima nemmeno per l’intervistatore, che mira bensì a un ripristino dell’alleanza fra Renzi e Berlusconi, magari per l’interposta persona di Parisi; ma proprio nello stesso giorno Berlusconi e Salvini e Meloni si abbracciavano per il No. Naturalmente la politica, questa in particolare, è tortuosa, e tortuosi devono essere anche i disegni dei suoi praticanti. Ma vorrei, con l’occasione, svolgere un ragionamento sulla mutazione della politica contemporanea e su alcune conseguenze forse non abbastanza avvertite. La politica personalizzata è in parte l’effetto della consunzione dei partiti, in parte una sua concausa. A parte i caudillismi latinoamericani, quelli cui si deve l’importazione di termini come giustizialismo o la reimportazione distorta di termini come populismo, l’Italia è stata piuttosto all’avanguardia del passaggio dai partiti solidi alle formazioni personali. In principio fu, direi, Marco Pannella e le sue liste Bonino-Pannella eccetera, che infatti erano fuori e si contrapponevano alla “partitocrazia”. Un passo molto forte nella transizione dal regime dei partiti tradizionali a quelli personali fu compiuto da Bettino Craxi che in quell’ambito, della politica d’abord, se li mangiava tutti, e alla fine ci rimase intrappolato. I partiti furono poi sciolti per via giudiziaria, che non era certo il proposito di Pannella. La via giudiziaria, a sua volta, era stata autorizzata dalla fine (provvisoria, ora vediamo) della Guerra fredda. Da allora, c’è stata una sequela quasi caricaturale di candidati “carismatici” – in certe congiunture mediocri il carisma, chi non ce l’ha, se lo può dare – durati lo spazio di un pomeriggio o due. Voi avrete un conto più esatto del mio: Segni, Bossi, Di Pietro, Fini, Ingroia (viene da mettere un punto esclamativo dietro ciascuno di questi nomi…).

 

Il passaggio arrivò a compimento con Silvio Berlusconi. Oggi una mezza figura come Trump ha reso definitivamente chiaro quanto fosse esemplare l’avvento di Berlusconi, che a suo tempo ci lasciò a bocca aperta per quanto appariva inconsulto e stravagante. Giù fino a Matteo Renzi e Beppe Grillo. Renzi ha preso la rincorsa sugli avanzi dei partiti tradizionali. Grillo stando completamente fuori dal seminato. Sono oggi i due veri contendenti del referendum. La contesa però è del tutto squilibrata. Renzi ha preso il governo, ed è diventato presto il bersaglio dell’insofferenza furiosa di tanta parte del popolo italiano, oltre che della claque dei talk-show di destra e di sinistra. Grillo è fuori, salvo vincere davvero, come a Roma, e allora per lui sono guai. Nell’esautoramento dei poteri nazionali (che sarebbe benedetto se si traducesse in un internazionalismo democratico, e per cominciare in un europeismo federale) chi va al governo annaspa e chi ne sta fuori maramaldeggia. Così, stando le cose, le carriere politiche personali sono al tempo stesso favorite, un po’ come al tempo dei capitani di ventura, e condannate a brillare e scomparire come meteore. Una volta giocata la propria carta d’azzardo, i candidati capipopolo possono solo ricadere nell’ombra e non risollevarsi più. Quando esistevano i partiti di massa non era così.

 

Il Pci assicurava una leadership poco meno che vitalizia, in nome della disciplina e dell’abnegazione all’idea. La Dc alternava i suoi cavalli più o meno di razza secondo le congiunture, assicurando a chi veniva accantonato la probabilità di tornare in sella alla prossima svolta. I congressi democristiani erano un grande spettacolo in cui vinceva una volta Fanfani un’altra volta Moro e quasi sempre Andreotti, e anche ai minori capitavano primi posti provvisori, Rumor o Colombo o Piccoli, ma un uomo politico (donne poche, si sa) era per sempre. La politica di professione era una funzione del primato dei partiti: la stella personale poteva accendersi e affievolirsi, ma non era mai spenta. Le improvvise accensioni delle carriere personali e cosiddette carismatiche del nuovo regime sono invece destinate a spegnersi non appena l’onda della suggestione popolare rifluisca, e sono onde volubilissime. Berlusconi è stato un’eccezione, per la durata e i ritorni, perché è venuto al trapasso da un’epoca all’altra. Gli epigoni sono sorti e sprofondati alla svelta, e hanno cercato di durare solo contentandosi di vivacchiare di resti. I partiti di massa avevano un rapporto con i loro aderenti che andava al di là del prestigio dei loro capi, e che anzi assicurava il prestigio dei loro capi, un po’ come succede – succedeva – coi papi. Il primato della politica si faceva valere anche sui leader, benché conducesse poi alla loro peculiare esaltazione e al culto della personalità. In modi diversi – la disciplina ideologica e la fedeltà alla casa madre nel Pci, dunque la pedagogia della scuola quadri, la fedeltà cattolica e la duttile rappresentanza degli interessi popolari nella Dc, e giù per i rami i partiti minori – i partiti storici avevano e riformavano una classe dirigente. Poiché l’abito fa il monaco, e anche l’abate e il pontefice, quel meccanismo poteva mortificare talenti eterodossi e insofferenti ma assicurava una qualità media rispettabile. Notabili dall’aria di macchiette si scoprivano come eccellenti uomini di governo: Remo Gaspari, per dire. Oggi non si formano classi dirigenti politiche perché non ci sono sedi deputate, perché non si sa quale istruzione (prima che cultura o educazione: istruzione, come in ogni buona scuola) mettere alla base della formazione, e perché le corporazioni politiche esistenti, prodotto di una selezione alla rovescia, curano a loro volta di selezionare i peggiori e respingere i migliori. I leader più o meno provvisori di partiti e movimenti personali sostituiscono inevitabilmente i gruppi dirigenti con conventicole di cortigiani e di favorite, cerchi magici di ogni risma, improvvisati casting da blog. In quei grandi – per dimensione e strutture, se non altro – partiti, un aderente disponeva di una gamma di opzioni che non metteva in discussione la condivisione: si poteva essere accanitamente amendoliani o ingraiani, si poteva essere scontenti di Moro e stare con Fanfani, o scontenti di tutto e stare con Zaccagnini e Martinazzoli. Si usciva solo clamorosamente, ed era come abiurare a una fede. Al contrario i leader personali toccano una corda che ha poco di politico, che somiglia a quelle che presiedono al successo in altri ambiti della pubblicità, e soprattutto evoca il rapporto amoroso così come lo analizzò Stendhal.

 

E’ su questo che vorrei attirare soprattutto l’attenzione. Fra il leader personale che non si presenta più come il rappresentante di un programma, di un partito o di una visione del mondo, e il popolo, cioè il pubblico cui il leader si offre, avviene il processo che Stendhal (Dell’amore) chiama di cristallizzazione. “Alle miniere di sale di Salisburgo, si getta, nelle profondità abbandonate della miniera, un rametto d’albero spoglio a causa dell’inverno; due o tre mesi dopo lo si ritrae coperto di cristallizzazioni brillanti: i rami più piccoli, quelli che non sono più grossi della zampina di una cinciallegra, sono guarniti d’una infinità di diamanti, mobili e abbaglianti; è impossibile riconoscere il rametto primitivo. Quel che chiamo cristallizzazione, è l’operazione dello spirito che trae da tutto ciò che si presenta la scoperta di nuove perfezioni nell’oggetto amato”. L’innamoramento che tramuta in una qualità entusiasmante anche il difetto della persona amata è travolgente quanto è travolgente la sua ricaduta: l’improvviso disamore rende deludente e respingente anche ciò che appariva poco fa come una incomparabile meraviglia. Gli amori cominciano bene e finiscono male, insomma. Quando interviene la cristallizzazione alla rovescia ogni tentativo della persona rifiutata di arrestarla e mettervi rimedio non fa che accrescere il ripudio. L’innamorato ridestato si domanda: “Com’è stato possibile che fossi così accecato da bearmi di costei o costui senza accorgermi di quanto fosse brutta e antipatica?”. Quel suo accento che mi affascinava fino alla commozione d’improvviso mi diventa insopportabile da ascoltare. Nel caso di Matteo Renzi, l’accento fiorentino, diciamo. Fra Matteo Renzi e un gran numero di italiani si era prodotto un effetto di cristallizzazione decisamente trascinante. Era già successo con Berlusconi: ma Berlusconi era anziano e ricco, e le sue fortune private in amore non erano universalmente invidiabili. Renzi era (è ancora) giovane e irruento, che corrisponde meglio a un arrembaggio amoroso. Una volta bruciate le tappe che l’hanno portato al culmine delle possibilità offerte dalla riffa politica italiana, capo del governo e segretario del partito di maggioranza, e vincitore di un’elezione (quella europea) con un margine di voti stellare, Renzi ha commesso l’errore di molti spregiudicati seduttori: si è sentito sicuro della sua conquista. Ha ignorato la cristallizzazione alla rovescia. Non avrebbe certo potuto restaurare un partito novecentesco né improvvisare una vera classe dirigente. Ma avrebbe potuto mettere insieme una condivisione di partito ampia e dialettica, che avrebbe costituito la sua cauzione per i giorni della dura e grigia convivenza quotidiana, i giorni in cui trasformare la passione in affetto e rispetto, e almeno sottoscrivere un accordo prudente sulla divisione dei beni che non lo facesse finire dagli avvocati al momento della rottura. Avrebbe potuto promuovere e sollecitare i candidati a una classe dirigente in parte nuova e in un’altra importante parte fatta di competenze e qualità umane ereditate dal Pd, in particolare formate dalla principale scuola ancora vigente, quella delle amministrazioni locali e del lavoro sindacale locale, che al contrario sono oggi dilapidate, compensate da incarichi formali di ripiego o confinate in cimiterini di elefantini.

 

Al contrario, Renzi ha continuato a comportarsi come si fa in un corteggiamento spavaldo: ma il governo somiglia all’assestamento cui bisogna adeguarsi una volta messe su casa e famiglia e sostituire progressivamente alle rose rosse le opere di bene. Così sventatamente sicuro di sé non ha fatto che intestarsi una serie di sfide, che avrebbe invece potuto trattare con distacco e soprattutto rendendole il più possibile condivise, come uno che creda che il vento che gli gonfia le vele non debba più girare. Ma non c’è vento più capriccioso e vendicativo di quello che soffia sull’emozione del popolo – dico del popolo ma intendo del pubblico, che è ormai il surrogato del popolo. Fui stupefatto dalla liquidazione che Renzi capo di governo e partito sembrò perseguire ancora contro la cosiddetta sinistra del Pd – largamente ricambiato, ma questo cambia poco, era lui ora a dare le carte. Fui sorpreso dall’avventurosità gratuita con cui Renzi si lanciò nel referendum cosiddetto No-triv, il cui risultato era scontato, e sul quale avrebbe potuto tenere un responsabile distacco. Fui sbalordito dall’impeto ultimativo con cui dall’inizio proclamò la congiunzione fra il proprio destino e il referendum su una riforma costituzionale educatamente discutibile sia in Parlamento che fuori, e che avrebbe al contrario avuto un suo esito dipendente dal voto e indipendente dalla durata del governo. Quel tono ultimativo è appunto tipico di chi è certo della presa che esercita sulla persona amata e minaccia, se no, di lasciarla. Può succedere che la persona amata replichi: “Lasciami pure”, o addirittura perda la pazienza e dica: “Sai che cosa? Ti lascio io!”. Quando, tardi, Renzi si è pentito della “personalizzazione” sul referendum, ha sentito probabilmente che la cosa gli era sfuggita di mano, che la cristallizzazione stava operando al contrario, e ogni mossa per recuperare l’amore ferito gli si rivolgeva contro. Avrebbe potuto riconoscerlo francamente? Forse, se ne fosse stato capace, se non fosse costato troppo alla sua vanità di seduttore. Avrebbe potuto rinunciare alla identificazione fra la riforma e sé (e i propri più stretti collaboratori), avrebbe potuto lasciare una scelta meno drammatica e anzi tranquilla a elettori riluttanti a una sfida sovreccitata e faziosa, avrebbe potuto rinnegare esplicitamente i toni esagerati sull’italicum (che ora di fatto rinnega, ma continuando futilmente a dichiararlo una meraviglia di legge elettorale) e sul sì e il no. Soprattutto, avvertendo ad alta voce, e confermandolo a bassa, che la vittoria del no lo indurrà ad andare a casa, ciò che ai suoi occhi lo distingue da colleghi mediocri intenzionati a restare dove sono a qualunque costo, umiliazione compresa, ha mostrato invece di somigliare a quella sequela di buffi leader presuntamente carismatici sospinti all’improvviso sulla cresta dell’onda e incapaci di durata. Incapaci di maturare dall’emergenza alla normalità, dalla prontezza di riflessi alla lungimiranza. Occorre molto orgoglio, dunque molta umiltà, per dire alla gente con cui e per cui si vuole operare che si ha l’intenzione ferma di restare in politica, fra vittorie e sconfitte, per fare e contribuire a fare quello che si crede giusto. Occorre una robustezza d’animo per fare all’inverso il cammino dalla politica solida all’avventura della cristallizzazione personale. Per sottrarsi alla pirotecnia di una politica in cui gli uni ringhiano: “Li mandiamo a casa” e gli altri minacciano: “Ce ne andiamo a casa”. E ripristinare una politica che tenga insieme un serio impegno pubblico e un tempo per la casa.

 

Penso che la maturità cui alludo volesse dire, e voglia ancora, mettere insieme le capacità e la buona volontà di una sinistra non oltranzista. Per fare l’esempio più immediato, quella sinistra che avrebbe legato l’approvazione della riforma costituzionale (anche col criterio del meno peggio, tutt’altro che spregevole) alla correzione della legge elettorale. Ciò cui si sta forse arrivando, ma a denti e pugni stretti. Per farne un altro, quella sinistra che auspica un impegno forte sul Pd, che soprattutto assegni alle competenze e buone volontà di tanti le occasioni per metterle a frutto. Il Pd forse non esiste, ma se esistesse sarebbe ancora il miglior serbatoio di persone capaci di affrontare le innumerevoli questioni “ad hoc” che attraversano l’Italia.
Torno ora alle frasi iniziali della conversazione fra Renzi e Cerasa. “Inutile girarci intorno: i voti di destra saranno decisivi al referendum. La sinistra, ormai, è in larghissima parte con noi. Direi che la stragrande maggioranza è con noi. La questione vera oggi è la destra”. Non è vero, o almeno se ne può largamente dubitare. Le si legge e si pensa che, temendo persa la partita con la sinistra, almeno con una sua gran parte, Renzi cerchi di compensarla adescando la destra. Se fosse vero che “la sinistra è nella stragrande maggioranza con noi”, nessuno si sarebbe scandalizzato per quelle frasi. Renzi si prenda in parola: la guadagni davvero la stragrande maggioranza della sinistra. Gli ultimatum personali, proclamati o impliciti, non sono fatti per ottenerlo. Mostri di non giocarsi il tutto per tutto. Mostri di voler durare, così risarcendo la politica mortificata. Lo slogan sul cambiamento vale anche per lui: mostri di saper cambiare, di saper imparare dalle occasioni. Le sue sono state incredibilmente privilegiate.

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