La gogna che non finisce

Non c’è riforma che tenga: i magistrati non accetteranno mai il recinto dei limiti di tempo. Ecco il reliquiario dei principali orrori giudiziari.
La gogna che non finisce

Foto LaPresse

Ma come gli è venuta in mente al ministro di Giustizia, Andrea Orlando, l’idea pazza di imbrigliare i magistrati delle procure entro una scadenza perentoria? Da politico esperto avrebbe dovuto sapere che dentro i palazzi di giustizia puoi introdurre qualsiasi norma ma non quella che assegna i tempi entro i quali deve comunque essere presa una decisione. Il motivo è semplice. Il magistrato – sempre in nome di princìpi sacri e inviolabili, come l’autonomia o l’obbligatorietà dell’azione penale – non accetterà mai la logica del recinto. E il semplice pensiero di avere qualcuno che gli imponga un orario di lavoro gli procura quasi l’orticaria. Soprattutto se il magistrato è già una star del sistema giudiziario e, in quanto star, ha quindi bisogno di partecipare ai convegni, di mantenere le pubbliche relazioni, di rilasciare interviste, di avere uno spazio nei talk-show, di intervenire nel dibattito politico e, in particolar modo, di intestarsi la titolarità di quelle inchieste capaci di fare rumore, tanto rumore. Perché solo l’indagine che artiglia un potente vola immediatamente sui giornali, restituendo a chi l’ha avviata onore e gloria, salti di carriera e schegge di onnipotenza.

 

Orlando, che è un ministro saggio e un uomo per bene, ha forse sottovalutato questo dettaglio e nella sua riforma, quella che ora rischia di arenarsi al Senato, ha pensato di far convivere sia il bastone che la carota, sia il diavolo che l’acquasanta. Con grande compiacimento dell’ala giustizialista sempre presente nel Parlamento, ha prima dilatato i tempi della prescrizione, avallando così il principio che un processo – primo grado, appello e Cassazione – possa durare oltre vent’anni e che un povero cristo possa anche rimanere in attesa di giudizio per un quarto di secolo: fine gogna mai. Ma subito dopo ha pure scritto un articolino con il quale richiama i pubblici ministeri, a un minimo di ordine: completata l’indagine, avrete tre mesi di tempo per decidere se chiedere l’archiviazione o il rinvio a giudizio; e se non rispetterete questo termine, l’indagine sarà automaticamente avocata dalla procura generale che si comporterà di conseguenza.

 

Apriti cielo. E’ stata la goccia d’olio che ha fatto impazzire la maionese, la parola in più che ha di colpo acutizzato tutti i mal di pancia fino a determinare la rottura del confronto con l’associazione dei magistrati. “E’ una riforma inutile e dannosa”, ha tagliato corto Piercamillo Davigo, che dell’Anm è il presidente più amato perché senza macchia e senza paura, come i biondi cavalieri della nostra infanzia. E al Guardasigilli non è rimasto che sperare in una successiva sessione parlamentare, quando le acque del referendum si saranno calmate e ogni scontro sarà probabilmente meno arcigno e acuminato.
Restano però da esaminare le conseguenze.

 


Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando (foto LaPresse)


 

Per il vasto mondo degli imputati – cioè di coloro che la mattina vanno in tribunale ad affrontare un processo – lo stop alla riforma proposta può anche rappresentare un colpo di fortuna, un improvviso bacio della provvidenza: se i giudici non si sbrigano, in tempi ragionevoli arriverà la prescrizione e, con la prescrizione, la cancellazione del reato.

 

Resta invece senza confini e senza tempi l’altra gogna: quella, ancora più velenosa e corrosiva che puntualmente nasce da un sospetto, da un avviso di garanzia, da una perquisizione, da un invito a comparire, perfino da una maldicenza. E’ la gogna, tanto per essere chiari, riservata all’indagato. Quando si concluderà l’indagine che lo coinvolge? E chi lo sa: forse tra un anno, forse due, forse ancora di più. Dipende dal singolo magistrato, certo. Ma può dipendere anche dal perito a cui è stato affidato un accertamento. Dipende dalla procura, ma può anche dipendere dal giudice per le indagini preliminari, quello che chiamiamo Gip. Dipende anche dal segreto istruttorio  ma se c’è un pm che lo rispetta, ce n’è certamente un altro che non vede l’ora di spifferare la notizia al giornalista amico, lo stesso con il quale, magari, sta preparando un libro certamente destinato a scalare le classifiche. Oppure – e qui si torna al nodo che il ministro Orlando avrebbe voluto sciogliere – può capitare, come capita spesso, che nasca un conflitto tra la procura e il Gip; e a quel punto, addio certezze: la matassa finirà per imbrogliarsi in maniera così verminosa che non ci sarà Cassazione in grado di dirimere la controversia o di fissare quantomeno tempi certi per la soluzione del dilemma. Scatterà inesorabilmente il gioco lungo ed estenuante dei ricorsi e dei controricorsi, delle deduzioni e delle controdeduzioni. Tutto legittimo, per carità. Tutto secondo il codice di procedura penale. Ma con una sola conseguenza: fine gogna mai. Perché, mentre gli uffici litigano – a volte in maniera anche bizzarra, come vedremo – l’indagato diventa sempre più un appestato, inchiodato lì, alla croce del sospetto, e condannato, senza alcuna sentenza, a subire ogni sputtanamento, ogni mascariamento, ogni ostracismo. Altro che presunzione di innocenza, come vorrebbe la Costituzione più bella del mondo.

 

Pensate a ciò che è successo al senatore Antonio D’Alì, trapanese. Imputato di concorso esterno in associazione mafiosa ha dovuto aspettare sei anni prima di vedere riconosciuta la propria innocenza. E dire che, per ridurre al minimo i tempi del giudizio e anche della gogna, aveva scelto il rito abbreviato. Ma il processo era nato male. Era scaturito da un contrasto tra i pubblici ministeri che chiedevano l’archiviazione, e il Gip che ha invece imposto nuove indagini. Il tira e molla è andato avanti per un po’. Poi, all’improvviso, il miracolo. I rappresentanti dell’accusa, gli stessi che avevano chiesto il proscioglimento perché non c’erano elementi tali da giustificare un processo, sono diventati colpevolisti e hanno fatto di tutto, sia in primo grado che in appello, per arrivare alla condanna dell’imputato. Sono arrivati a chiedere sette anni e quattro mesi di carcere ma la sentenza definitiva ha fatto piazza pulita: D’Alì assolto perché il fatto non sussiste.

 


Antonio D’Alì


 

Altro nome eccellente, altra bizzarria. A Catania la gogna di Mario Ciancio, potente editore del quotidiano La Sicilia, sembra non dovere finire mai. E’ cominciata nel 2010 e sembrava essere finita a inizio di quest’anno quando Gaetana Bernabò Distefano, giudice delle indagini preliminari, ha firmato una sentenza di proscioglimento con la quale sosteneva che il concorso esterno è un reato talmente fumoso che non si sa con esattezza a che cosa possa essere applicato. Ma una dichiarazione polemica del capo dell’ufficio dei Gip, Nunzio Sarpietro, e l’inevitabile ricorso della procura hanno spinto la Cassazione ad annullare la sentenza della Bernabò Distefano e a riaprire i giochi. Per richiuderli passeranno mesi, forse anni. Anche perché, visto che il dottor Sarpietro si è pronunciato con tanta forza contro la collega, difficilmente la decisione potrà essere affidata al suo ufficio: sarebbe come avallare un pregiudizio. Dovrà quindi passare a un altro tribunale, quello di Messina, i cui giudici saranno costretti a studiare il voluminoso fascicolo dalla prima all’ultima carta ed è veramente difficile prevedere quando potrà arrivare la sentenza di proscioglimento o di rinvio a giudizio. Fine gogna mai.

 

Figurarsi poi se Ciancio fosse malauguratamente costretto dal giudice messinese ad affrontare le tappe di un processo: primo grado, appello, Cassazione. La sua vicenda finirebbe dritta dritta nel reliquario degli orrori giudiziari. Un reliquario immenso. Dove già riposa la storia di Calogero Mannino, ex ministro democristiano, tenuto alla sbarra per ventiquattro anni, con una infamante accusa di mafia, e poi assolto. Dove si ritrova la storia di Mario Mori, il generale dei carabinieri che da quindici anni esce indenne da un processo ed entra in un altro, sempre per mafia. E dove ritroveremo anche fra qualche anno la storia della fantomatica trattativa tra i boss della mafia e alcuni uomini delle istituzioni. Il processo – una boiata pazzesca, stando alla valutazione di Giovanni Fiandaca, uomo di sinistra e professore ordinario di Diritto penale – è cominciato da quasi quattro anni e siamo ancora alla sfilata dei testimoni. Pensate: avevano fissato pure l’interrogatorio di Carlo Azeglio Ciampi, presidente emerito della Repubblica, e non sapevano che quello, poveraccio, stava per morire. Non solo: per ascoltare Massimo Ciancimino, ritenuto con tutte le sue patacche il teste chiave del processo, hanno impiegato cinque mesi. E se questo ancora non basta per convincervi di che pasta è fatto questo processo, sappiate che non c’è farfallone di Stato, come il pentito calabrese Antonino Lo Giudice, detto il Nano, che non trovi udienza per illustrare alla Corte le sue nefandezze. Verbali dove trovi tutto e il contrario di tutto, confessioni e ritrattazioni, irripetibili illazioni e accuse canagliesche contro carabinieri e poliziotti, persino contro Giuseppe Pignatone, oggi stimatissimo procuratore di Roma. Ma a che serve, si dirà, tutto questo lerciume? Se chiedi ai magistrati che lo chiamano a deporre, ti rispondono che anche la strampalata deposizione del Nano è finalizzata alla ricerca della verità. Ma se rivolgi la stessa domanda agli imputati, che non riescono nemmeno a ipotizzare in quale anno o in quale secolo potrà concludersi il loro calvario, la risposta è un’altra: fine gogna mai.

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