Passeggiate romane

C'è una strategia dietro agli attacchi a Boschi su partigiani e referendum

La minoranza del Pd e il duello permanente con Renzi. Tra futuro incerto e velleità di separazione ora la sinistra del Pd ha una strategia per rompere col premier una volta per tutte (forse)
C'è una strategia dietro agli attacchi a Boschi su partigiani e referendum

Maria Elena Boschi (foto LaPresse)

Matteo Renzi non era preparato al fatto che la minoranza del Partito democratico andasse avanti con tanta determinazione nella sua lotta contro il governo e i vertici del Pd. Certo, il presidente del Consiglio non si aspettava che, dopo il suo appello all’unità nell'ultima Direzione, i bersaniani deponessero del tutto le armi. Ma era convinto che non avrebbero potuto ostacolare apertamente e continuamente i suoi piani, soprattutto perché l'elettorato del partito “non ne può più delle nostre risse interne”. Perciò riteneva che a un certo punto si sarebbero calmati per non dare in modo così scoperto l'impressione di giocare alla sconfitta del Partito democratico. Così non è stato. Non c’è un giorno che uno Speranza, un Bersani o un Cuperlo non attacchi il premier o le persone a lui più vicine. In questo senso il comportamento di Bersani nei confronti del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, rea di aver detto che anche molti partigiani veri al referendum si esprimeranno per il Sì, viene giudicato a Palazzo Chigi come un atto di meschineria bello e buono.

 

E a nulla sono servite nemmeno le minacce non sempre velate di non ricandidare alle elezioni del 2018 chi sta mettendo i bastoni tra le ruote. La maggioranza del Pd controllerà collegio elettorale per collegio elettorale quali parlamentari lavoreranno a favore del referendum e costituiranno i comitati per il Sì. Ma i bersaniani, convinti che alla fine comunque non verranno ricandidati, non sembrano subire queste pressioni. Si sono convinti che hanno un unico modo per restare in gioco: mandare a casa Matteo Renzi. E lo strumento può essere solo quella di una doppia sconfitta alle amministrative di giugno e, poi, al referendum di ottobre. Per questa ragione stanno lavorando alacremente a questo obiettivo.

 

Ma se il giochetto non dovesse riuscire? Se nonostante tutti i loro sforzi, il premier riuscisse a vincere le elezioni, prima, e il referendum poi? Che cosa farebbero in questo caso gli esponenti della minoranza del Partito democratico. A questo punto non escludono più nulla. E il tam tam della scissione ricomincia a farsi sentire nei palazzi della politica. Del resto, non è un segreto per molti pd che Massimo D'Alema ritiene che l'ipotesi della creazione di un nuovo grande polo di sinistra sia sul tappeto. E mentre i bersaniani prima apparivano titubanti adesso sembrano aver preso più coraggio. E infatti si ricorderà che il solitamente mite Gianni Cuperlo, prendendo la parola nella penultima Direzione del partito, non ha escluso di poter essere costretto ad andarsene perché fa sempre più fatica a riconoscersi in questo Pd.

 

E quali sarebbero le conseguenze di una scissione per Matteo Renzi? Sul piano del consenso elettorale al Partito democratico non cambierebbe molto perché ormai il seguito dei vari bersaniani si è andato via via assottigliando. Ma ci potrebbero essere delle ripercussioni sul piano parlamentare, dove, come è noto, al senato i numeri sono piuttosto ballerini.

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