Freccette a sinistra

Il moralismo dei suoi puntato contro Beppe Sala. Il Pd, la questione islamica e le moschee
Freccette a sinistra

Giuseppe Sala (foto LaPresse)

Il germe giustizialista viaggia come polline nel vento di maggio. Così i capi delle liste a sostegno di Beppe Sala – Pierfrancesco Majorino (Pd, ala “noi con Davigo”), Daria Colombo (la signora Vecchioni, Sinistra x Milano), Fiorenzo Galli (lista civica Noi Milano, che è direttore del museo della Scienza e della Tecnica) e Ivan Rota (Italia dei Valori, vabbé… ) hanno dichiarato che pure il candidato del centrodestra Stefano Parisi deve presentare il suo 730 e fare chiarezza: “Parisi ci dimostri che non ci sono ambiguità nelle società che ha gestito e nella sua dichiarazione dei redditi”. Ma per quale motivo, di grazia? Posto che la trasparenza e l’anagrafe tributaria dei politici sono giuste e sacrosante, per quale perversa idea da “pre-crime” alla Philip K. Dick, o per quale sospetto di “personalità negativa”, come va di moda dire adesso dalle parti della procura di Lodi, un candidato dovrebbe per forza nascondere delle “ambiguità”? Forse per il brocardo davighiano che un candidato è solo un evasore che non è ancora stato scoperto?

 

La faccenda della questione morale preventiva, core e delizia della sinistra di rito ambrosiano da decenni, sta producendo nel frattempo più danni a Beppe Sala, rispettabilissimo candidato ed ex manager, che ad altri. Incalzato da sinistra prima (Il Fatto, l’Espresso) sui bilanci dell’Expo – non ancora ufficiali, ma ci ha messo un buona pezza snocciolando numeri positivi – e poi per questioni penalmente e politicamente irrilevanti come le sue proprietà immobiliari, il gioco delle freccette è da tempo passato in mano alla stampa di destra. Ieri Panorama se n’è uscito con la faccenda di un suo investimento da un milione di euro in una società che gravita in orbita Tronchetti Provera. Intanto noti esponenti del Pd e della sinistra che conta a Milano vanno ripetendo, in privata sede, che quello del 730 lacunoso è un vulnus che Sala rischia di pagare. Vorranno giudicare il loro candidato, vincitore delle primarie, da questi aspetti o dal suo programma? Ieri, ad esempio, Sala ha dichiarato che la sua prima priorità sarà far ripartire la riqualificazione degli ex scali ferroviari. Questione cruciale per il futuro di Milano, e su cui si gioca (a sinistra) una vera partita di progetti inconciliabili. Quello che ha in mente Sala (in pratica, ripartire dalla delibera predisposta dall’ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, e poi affossata dalla sua stessa maggiornaza). Dall’altro lato ci sono idee “più verdi” che piacciono invece a Francesca Balzani o all’archistar ed esponente del Pd Stefano Boeri. Forse, gli elettori di sinistra, preferirebbero sentirsi spiegare queste cose.

 

Sale di temperatura anche il dibattito sui temi legati all’integrazione religiosa ed etnica. Sempre con qualche grana a sinistra. Ieri in via Plinio c’era Imen Ben Mohamed, deputata tunisina del partito islamico moderato Ennahda, nata e cresciuta in Italia, in un incontro in cui si era a tema anche il sostegno a Sumaya Abdel Qader, “ragazza di seconda generazione, musulmana, in questi giorni oggetto di attacchi molto pesanti e calunniosi da parte del centrodestra”, secondo l’invito all’incontro rivolto via Facebook da Lia Quartapelle, deputata milanese del Pd molto attiva sui fronti di politica estera. Sumaya Abdel Qader, 37enne sociologa di origini giordano-palestinesi, è la responsabile dell’area culturale del Caim e ha rinunciato a una possibile candidatura dopo che vari articoli critici, tra cui alcuni del Foglio, avevano avanzato dubbi: lei è titolare anche di  un incarico prestigioso come responsabile del Dipartimento giovani e studenti della Fioe (Federation of islamic organizations in Europe) che, ha spiegato la studiosa Valentina Colombo, è la principale espressione dei Fratelli musulmani in Europa. Un po’ troppo? Neppure nel Pd tutti sembrano pensarla uguale, evidentemente. Il Pd che intanto ha preso atto del ritiro di Sam Aly, candidato musulmano per la zona 4: “L’ha fatto lui, ovviamente anche ascoltando il nostro parere”, ha detto Beppe Sala. Aly è stato “tradito” da una fotografia che lo ritraeva in compagnia di un imam radicale allontanato dal Viminale.

 

Temi ben noti anche a Daniele Nahum, che ieri ha scelto il mitico Giamaica di Brera per un aperitivo di lancio della sua candidatura nella lista del Pd. A presentarlo, un curioso mix del riformismo milanese: Stefano Boeri, la regista André Ruth Shammah, Sergio Scalpelli. Per quanto poco più che trentenne, Nahum ha una sua storia. E’ stato vicepresidente e portavoce della comunità ebraica, nonché responsabile Cultura del Pd. E negli ultimi giorni ha dialettizzato col suo capolista Majorino su un tema spigoloso: le moschee a Milano. Ha sostenuto, criticando l’impostazione del bando per le moschee (poi fallito) della giunta Pisapia, in cui Majorino in quanto assessore al Welfare ha avuto un ruolo, che pur nel principio di garantire gli spazi per la pratica religiosa ciò che serve è la sicurezza. E dunque bisogna privilegiare il dialogo con quelle parti della comunità islamica che danno garanzie in materia. Non esattamente ciò che Pisapia ha fatto. Ieri ha parlato anche di asili nido: la sua idea (sinistra liberale) è che vada sostenuta l’integrazione tra il pubblico e il privato. Non esattamente la linea portata avanti dall’assessorato al Welfare negli anni scorsi. Cincin.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi