Nuovi documenti grillini confermano lo scoop del Foglio sul metodo Casaleggio

“Ci furono accessi mirati alle caselle di posta elettronica”. Ecco la ricostruzione dettagliata di Artini, ex 5 stelle che conferma le modalità con le quali nel 2014, all’insaputa dei deputati e contro la volontà dell’allora responsabile legale, la Casaleggio Associati ebbe pieno accesso a tutti i dati privati e di lavoro, comprese le email, dei parlamentari.
Nuovi documenti grillini confermano lo scoop del Foglio sul metodo Casaleggio

Gianroberto Casaleggio (foto LaPresse)

Roma. “Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni”. Questo dice l’articolo 615 ter del codice penale. E la storia delle email e del dominio parlamentari5stelle.it adesso non è più soltanto una storia di privacy.

 

In un lunghissimo memoriale pubblicato ieri sul suo sito internet personale, www.massimoartini.it, il deputato ex M5s Massimo Artini, che curò l’organizzazione informatica del gruppo M5s Camera fino all’assunzione di un tecnico professionista (a maggio del 2013), ha confermato, punto per punto, la ricostruzione che il Foglio ha fatto sabato scorso intorno all’oscura e opaca gestione della piattaforma informatica del gruppo parlamentare 5 stelle. In particolare Artini conferma le modalità con le quali nel 2014, all’insaputa dei deputati e contro la volontà dell’allora responsabile legale, un tecnico informatico sostanzialmente ingaggiato dalla Casaleggio Associati ebbe – senza autorizzazione  – pieno accesso a tutti i dati privati e di lavoro, comprese le email, dei parlamentari Cinque stelle. Artini, che seguì – assieme al tecnico informatico dipendente del gruppo della Camera – le operazioni di ripristino del sistema dopo l’intervento del tecnico caldamente raccomandato dalla Casaleggio Associati, fa una rivelazione enorme: “I rapporti del registro eventi di Windows evidenziavano durante il periodo dal 2 al 6 ottobre” – cioè durante l’intervento della Casaleggio Associati – “accessi mirati alle caselle di posta elettronica”. Questo significa che il sistema operativo, che registra modifiche e interventi sulle stringhe di comando, riportava senza alcun dubbio la prova che qualcuno in quel periodo si era effettivamente avvicinato alle caselle di posta.  “Di questi rapporti”, racconta Artini, “il tecnico del gruppo Camera aveva fatto della documentazione da fornire al presidente”. Cioè all’allora presidente del gruppo, Alessio Villarosa, responsabile legale anche del dispositivo informatico, il deputato che aveva negato al tecnico caldamente consigliato dalla Casaleggio Associati il pieno accesso alla piattaforma (articolo 613 ter c.p), che invece fu consentito per decisione autonoma del capogruppo Paola Carinelli. Fu dunque Carinelli, il primo di ottobre, racconta Artini, che “senza informare il presidente Villarosa, e con l’aiuto della Responsabile della Comunicazione Ilaria Loquenzi, consegnò la password di sistema a Claudio Genova”, cioè al tecnico “caldamente consigliato” dalla Casaleggio Associati. L’uomo che, scrive sempre Artini, “nella notte provvide alla modifica delle password degli accessi amministrativi e successivamente al blocco del sistema” rendendolo di fatto inutilizzabile per parecchi giorni. E sono questi – tra il 2 e il 6 ottobre 2014 – i giorni in cui, in effetti, il registro delle operazioni di Windows rileva “interventi mirati sulle caselle di posta”.

 

E’ evidente che le risposte e le ricostruzioni evanescenti fin qui fornite dagli altrettanto evanescenti uomini dello “staff di Beppe Grillo” attraverso il blog del comico genovese non bastano più. Né tantomeno ci si può accontentare delle imbarazzate rassicurazioni di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Gli uffici della Camera dei deputati sembrano non intenzionati a intervenire in alcun modo, come spiegano anche al Foglio: “Si trattava eventualmente delle email private dei deputati Cinque stelle e non delle loro email istituzionali”. Ma se la Camera non può o non vuole in alcun modo intervenire, forse vale la pena scomodare l’articolo 15 della Costituzione (“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”). Altrimenti c’è sempre il codice penale.

 

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