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Può il renzismo essere qualcosa di diverso dal “nuovismo”? Cercasi egemonia culturale

Due anni dopo l’arrivo al governo Matteo Renzi sta cercando di istituzionalizzare il renzismo: dalla Rai all'istituzionalizzario del modello Leopolda, ecco il piano del presidente del Consiglio per cercare di velocizzare il suo piano riformatore

di Claudio Cerasa | 19 Febbraio 2016 ore 11:04

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Due anni dopo l’arrivo al governo, la conquista di Palazzo Chigi, la presa del potere, l’annientamento di una vecchia generazione, l’affermazione di una nuova classe dirigente, due anni dopo l’arrivo di Renzi alla guida del paese c’è un tema importante con cui deve fare i conti il presidente del Consiglio. Suona più o meno così: può o no il renzismo trasformarsi in egemonia non solo di potere ma anche culturale? Può o no il renzismo essere qualcosa di diverso da una volatile e generica espressione legata solo a parole deboli e indefinite come “giovanilismo”, “nuovismo”, “riformismo”, “dinamismo” e il solito “ottimismo”?

 

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Il tentativo del renzismo di trasformarsi in un’egemonia non solo di governo riguarda però anche un altro terreno importante sul quale Renzi ha puntato le sue fiches per provare a realizzare una missione, complementare a quella del servizio pubblico, complicata ma suggestiva: istituzionalizzare il modello Leopolda, dare una robusta cornice di riferimento al renzismo e provare a creare una connessione sentimentale stabile con un pezzo di establishment, non solo italiano ma soprattutto europeo, vero punto debole del renzismo di governo. Il volto scelto dal presidente del Consiglio per esportare il renzismo lontano da Palazzo Chigi, se così si può dire, è quello del think tank annunciato all’ultima Leopolda (Volta). E ora che il centro studi presieduto da Giuliano da Empoli (sede a Milano nello spazio della Fondazione Trussardi) ha trovato una sua fisionomia (e anche un budget che deriva, per scelta degli organizzatori, da finanziamenti di aziende private e non da finanziamenti dello stato o di aziende a partecipazione statale) è evidente che il mondo renziano ha deciso, in qualche modo, di declinare il suo pensiero attraverso la costituzione di un proprio Aspen Institute.

 

 

 

Le facce di Volta sono tre. La prima è quella dell’advisory Board di cui fanno parte Simon Kuper (columnist del Financial Times), David Miliband (presidente International Rescue Committee, ex ministro degli Esteri britannico), Matthieu Pigasse (ceo di Lazard, co-proprietario del Monde), Andrea Römmele (docente all’Hertie School of Governance di Berlino), Alec Ross (senior fellow School of International and Public Affairs, ex senior advisor for innovation negli Stati Uniti di Hillary Clinton, ai tempi della sua esperienza come segretario di Stato di Barack Obama), Helle Thorning Schmidt (presidente di Save the Children, ed ex primo ministro danese). La seconda è il comitato esecutivo di cui fanno parte, oltre a Da Empoli, Marco Carrai (imprenditore, migliore amico di Renzi), Matteo Mungari (avvocato), Federico Sarica (direttore della rivista Studio), Beatrice Trussardi (presidente Fondazione Trussardi). La terza è quella del comitato editoriale. I nomi? Eccoli.

 

Del comitato editoriale fanno parte Paolo Barberis (fondatore Dada, consigliere per l’innovazione di Palazzo Chigi), Astrid Barrio-Lopez (prof.ssa Scienze politiche, Università di Valencia), Matt Browne (fellow presso il Center for American Progress, Washington), Edoardo Camurri (scrittore e autore tv), Francesco Clementi (professore di diritto costituzionale all’Università di Perugia), Valentina Gensini (direttrice del Museo del Novecento, a Firenze), Simonetta Giordani (responsabile relazioni istituzionali di Autostrade spa), François Lafond (direttore Europa Nova, a Parigi), Simone Lenzi (scrittore), Marco Simoni (consigliere economico di Palazzo Chigi), Paul Vacca (scrittore e saggista).

 

L’elenco dei nomi rappresenta una cartina utile per orientarsi nella nuova geografia del renzismo e per provare a capire quali mondi verranno sollecitati dall’Aspen renziano (editoria francese, establishment tedesco, giro clintoniano americano, e così via). Nel corso del tempo l’idea del think tank è poi quella di aprirsi anche a una serie di associati che andranno a rappresentare in modo plastico la classe dirigente su cui scommette il mondo renziano (da Maria Elena Boschi a Tommaso Nannicini da Paolo Gentiloni all’avvocato Alberto Bianchi, da Francesco Micheli ad Antonella Mansi, da Dario Nardella a Lia Quartapelle, da Bini Smaghi a Gian Arturo Ferrari). A marzo il primo gruppo di lavoro (formato da Andrea Scrosati, Luca De Biase, Anna Ascani, Francesco Clementi) presenterà il primo progetto a Bruxelles sul tema del servizio civile europeo (pochi giorni prima del Consiglio europeo del 19 marzo) e l’occasione verrà probabilmente colta al balzo da Renzi per spiegare in che senso l’Europa oggi non ha molto da dire a un ragazzo che ha diciotto anni. A marzo verrà presentato anche un secondo paper sulla natalità (preparato dal demografo Alessandro Rosina, Andrea Romano e Riccarda Zezza, ex dirigente di Nokia). Il 15 aprile a Roma verrà invitato, sul tema imprenditoria e innovazione, l’ex capo della Strategy Unit di Blair Geoff Mulgan (oggi chief executive a Londra del National Endowment for Science Technology and the Art). L’idea di fondo è quella di esportare il renzismo, dimostrare che dietro le azioni di governo del presidente del Consiglio esiste una cornice culturale e aiutare il premier a trovare idee per battaglie future. Il renzismo di governo oggi ha il fiato corto e si capisce dunque che, in una fase politica delicata come quella che stiamo vivendo, per il presidente del Consiglio rischia di diventare vitale riuscire a rispondere positivamente alla domanda che ponevamo all’inizio: il renzismo può trasformarsi in un’egemonia non solo di potere, ma anche culturale? Chissà.

 

© FOGLIO QUOTIDIANO


ARGOMENTI MATTEO RENZI , RIFORME , POLITICA ITALIANA

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