Essere politicamente scorretti nonostante Trump, Cruz e altri

Non abbiamo mai abbracciato il conformismo dell’anticonformismo, perché non dovremmo riuscire nell’impresa di distinguerci da coloro che pretendono di sequestrare la critica antideologica al servizio di campagne forsennate?
Essere politicamente scorretti nonostante Trump, Cruz e altri

Donald Trump e Ted Cruz (foto LaPresse)

Stiamo per compiere vent’anni tondi tondi, e abbiamo un problema. Con Berlusconi e Bossi (generosi fenomeni pop) ce la siamo cavata egregiamente, con il salvinismo-lepenismo (variante dell’antipolitica alla Grillo & Casaleggio) già andava meno bene, ma con Trump e Cruz come la mettiamo? Praticare e pensare la scorrettezza politica è operazione dovuta, ma sempre più delicata. Siamo sempre andati alle fonti migliori, da Barney Panofsky a Robert Hughes con la sua cultura del “piagnisteo”, e ci siamo ricollegati ogni volta che era possibile al meglio della tradizione europea e italiana (Marcenaro e Langone esempi preclari). Avevamo dalla nostra niente meno che il vangelo della vita di san Giovanni Paolo II e i discorsi di Benedetto XVI che inchiodavano ogni tipo di ossessivo relativismo alle sue banalità e brutture. Ma ora?

 

Ora la destra americana, scontenta del suo passato onorevolmente neoconservatore (ultima raffica di pensiero non conforme), plaude eccitata nelle adunanze di uno che, pettinato come non si dovrebbe, fa l’imitazione degli handicappati, maltratta le donne come un maghrebino ubriaco (ooops!), anima lo scontro di civiltà di una passione difensiva e isolazionista indecente per un grande paese già costretto dalla combriccola universitaria obamiana alla leadership from behind, cioè all’inazione. E il programma liberale e liberoscambista dei conservatori di tutti i paesi, che non si sono mai uniti nonostante l’appello di Marx ai loro dirimpettai, riceve colpi durissimi da una pletora di miliardari e faticoni scamiciati della destra antiestablishment, ai quali si possono fare tanti auguri di buona riuscita ma con la sospensiva del più severo scetticismo. Seguono fenomeni emulativi o imitativi, anche nella vecchia Europa, e capirete bene quel che voglio dire senza far nomi, ciò che non è strettamente necessario. Brutto affare, no?

 

Eppure occorre insistere. Anzi, intestardirsi o se preferite intignare. E poi noi siamo quelli che hanno qui cominciato la baruffa e, senza mai presumere di poter dare lezioni, e la filastrocca del politicamente corretto come pensiero unico, dominante, mainstream dell’intolleranza e nuova abbrutente religione di stato, l’abbiamo imparata a memoria e recitata giorno per giorno per adulti e per piccini. Ma ora?

 

Semplice. Quel che era assertivo, paradigmatico, perfino ovvio, deve diventare appena un po’ più sfumato, problematico, ma senza perdere di mordente, di creatività anche sboccata, di intolleranza non indignata. Vincino con la sua inarrivabile dolcezza stilistica, con la sua bontà d’animo perfidamente ispirata al sorriso del santo disegnatore, può essere il modello. Non è impossibile, siamo ben attrezzati, siamo stati frondisti in tutto, anche nella pratica della scorrettezza linguistica, politica, religiosa e di cultura, non abbiamo mai abbracciato il conformismo dell’anticonformismo, perché non dovremmo riuscire nell’impresa di distinguerci dai marrazzoni che pretendono di sequestrare la critica antideologica al servizio di campagne forsennate?

 

So o credo di sapere che la deriva in corso di là e di qua dall’Atlantico ha basi sociali e politologiche serie, seppure si manifesti in numeri da circo. Saviano resta Saviano qualunque cosa succeda, non il male assoluto ma il banale assoluto, quello sì. Grillo & Casaleggio restano due boriosi orfanelli di Rousseau e della volontà generale, senza avere idea di che cosa si tratti. Il Giornalista Collettivo è lì a presidiare il perimetro del Sostituto Procuratore Collettivo, dello Scrittore o Regista o Artista Collettivo, e di altre formidabili figure, sempre inesorabilmente collettive, della trasformazione della cultura, come scrive Richard Millet (ooops!) in “culturale”. L’Antisionista Collettivo, che non sa nemmeno di detestare e di combattere gli ebrei, non è scomparso, tutt’altro. E i predicatori collettivi dell’antislamofobia e dell’antiomofobia, piccolissimi decristianizzatori della civiltà d’occidente (con la o minuscola), non sono in pensione. Ma a noi tocca d’ora in poi di usare quei due argomenti in più, e quei due aggettivi in meno, che pongano il club più esclusivo del mondo dopo il Bilderberg, e assai meno ricco, al riparo dalla gita di massa, con sandali e shorts di dubbia portanza ed eleganza, nel magnifico paesaggio intellettuale e morale della scorrettezza politica.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi