Dieci anni di Vendola, quel che resta di una narrazione

Alla fine non si può non volergli un po’ di bene, anche se non si può proprio dire che da queste parti gli si sia voluto troppo bene, a Nichi Vendola. Ieri ha fatto il bilancio di dieci anni da presidente della Puglia.
Dieci anni di Vendola, quel che resta di una narrazione
Alla fine non si può non volergli un po’ di bene, anche se non si può proprio dire che da queste parti gli si sia voluto troppo bene, a Nichi Vendola. Ieri ha fatto il bilancio di dieci anni da presidente della Puglia. Più che una conferenza stampa, sembrava un’elegia. Sembrava il ritratto dell’ignoto marinaio, o Caruso davanti al Golfo di Surriento: “Voglio che mi restituiscano l’allegria perché un vivere spericolatamente significa vivere ogni giorno su tutte le frontiere, con dei giorni e delle notti che sono indimenticabili, come ad esempio i giorni e le notti delle stragi, dei fuochi sul Gargano”. Intimista: “Una cosa che voglio subito riprendere è la lettura. Spero di riprendere un rapporto positivo col sonno, con il respiro della vita”. Un nocchiero, uno psicopompo: “Spero che cominci l’ultimo percorso della mia vita pubblica in cui intendo accompagnare Sel verso una nuova destinazione”. Quello che per dieci anni ci è stato inflitto con il sottotitolo di “laboratorio pugliese”, “un’esperienza molto bella ma anche dolorosa”, è stato in realtà poco altro che un’immaginifica narrazione. Parola che resterà come il maggior contributo di Vendola alla politica italiana. Ma è stato un romanzo artefatto, una di quelle fiction di mondi paralleli in cui le logiche sono marciare gambe all’aria: “Abbiamo fatto la guerra alla povertà non ai poveri”, “il potere ti può divorare l’anima, bisogna attraversarlo senza lasciarsi attraversare da lui”. Il vendolismo, o la sinistra nella sua fase onirica.

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