La chiameremo Matteoland

Novemila abitanti, venticinque chilometri a sud di Firenze: Rignano sull’Arno, là dove crescono i Renzi e nasce il renzismo (segretarie e autisti compresi)

La chiameremo Matteoland

Rignano sull’Arno in un dipinto di Mauro Mannelli

Ora Rignano è tornata d'attualità per le vicende che riguardano il padre di Matteo Renzi, Tiziano. Riproponiamo l'articolo di David Allegranti del 24 novembre 2014 nel quale raccontava il paese dal quale proviene la famiglia dell'ex presidente del Consiglio.

 


Roma ladrona, Rignano non perdona! Ci hanno provato i milanesi con l’uveite e quelli con gli occhiali spessi da Prima Repubblica, ci hanno provato quelli con le camicie verdi e l’odio tra i denti, ci ha provato Lui, che s’inventò una marcetta e finì disonorato a testa in giù. Adesso è l’ora dei bulli, anzi del bullo di Rignano. Non ha perdonato Firenze, Rignano, figurarsi se può perdonare Roma, che nel lessico antropologico-politico del renzismo è la cloaca parlamentare, il regno dell’intermediazione, la truffa burocratica, l’impiccio democratico. Ora non c’è Arcore, non c’è Terlizzi, non c’è Predappio, non c’è Bettola che tenga di fronte a Rignano sull’Arno, novemila abitanti e venticinque chilometri a sud di Firenze, nel Valdarno, laddove crescono i Renzi e nasce il renzismo. Il babbo Tiziano che ha messo su imprese dalle controverse fortune, fissato con Facebook e Medjugorje. La mamma Laura, che di cognome fa Bovoli, ex insegnante d’Italiano alle medie. Il fratello del premier, Samuele. Le sorelle Benedetta e Matilde, donna anti Femen e anti Halloween (che roba da satanisti questa festa con le zucche): “Io le Femen – dice Matilde – le manderei negli stati islamici, in particolare in quelli dove crocifiggono i cristiani o li bruciano vivi. Vadano a manifestare nude in quei posti se hanno il coraggio”.

 

Anche quelli che non stanno più a Rignano restano sempre a Rignano. Non è importante che Benedetta stia a Bologna e Samuele in Svizzera a fare il medico pediatra perché il nome del fratello è troppo ingombrante. Non importa, perché Rignano è per sempre, come certi diamanti. E’ provincia, nel senso autentico del termine. Rignano è la fetta di crostata di compleanno con tutta la truppa, alle sette del mattino, l’11 gennaio, Rignano è la Rignanese, la squadra di calcio nella quale il giovane Matteo giocava da ragazzo, quando aveva ancora il ciuffo “a pelo di topo”, scrivevano perfidi i compagni di scuola (della società poi è diventato patron Andrea Bacci, che oggi è presidente della Lucchese, tra i primi a finanziare Renzi per le sue campagne elettorali, imprenditore trasversale e possessore di elicottero da dare in prestito all’occorrenza, che dal suo castello sul cucuzzolo rignanese guarda tutta la valle dall’alto). Rignano è “Matteo”: tutti lo chiamano solo Matteo, perché lo hanno visto ragazzo; solo che quando è diventato presidente della provincia, ha continuato a essere Matteo; e quando è diventato sindaco, ha continuato a essere Matteo; idem quando è entrato nel Palazzo ed è rimasto sempre Matteo. Per strada e in piazza, magari accompagnato da un vaffanculo, come quando se ne andò ad Arcore dall’ex Cavaliere, e pochi giorni dopo partecipò a una manifestazione di piazza a Roma con il Pd. Sfanculato dagli elettori che poi però gli consegneranno il partito un paio d’anni dopo.

 

Matteo vaffanculo!, Viva Matteo!, perché Matteo, dicono i rignanesi, è uno di noi, e lo conoscono un po’ tutti, nel triangolo Reggello-Pontassieve-Rignano, i tre comuni limitrofi dove Renzi si muove a suo agio come Pippo Inzaghi sul filo del fuorigioco. Anche quelli che non lo conoscono davvero in realtà un po’ lo conoscono. Un’amicizia con il premier non se la nega nessuno, oggi. Figurarsi, persino Denis Verdini ci ha ricamato su; fino al dicembre scorso manco aveva il numero di telefono e se lo è dovuto far dare da Massimo Parisi, suo braccio destro in Toscana (il quale, a sua volta, se l’è dovuto far dare dal partito a Firenze). E’ così che va nei paesi di provincia quando c’è uno che ce l’ha fatta. Se vent’anni fa eri uno sfigato, ora sei un campione. E ti ricordi di me, ti ho prestato una volta lo zucchero quando eri un ragazzo. E’ sul ti ricordi di me che nascono le leggende: Matteo grandissimo calciatore, grandissimo arbitro, ora anche grandissimo ciclista, al punto da far preoccupare non poco la scorta che lo accompagna da quando è premier. Ma soprattutto Matteo è un grandissimo rignanese, tanto che gli daranno un premio, quest’anno, “Le Tre Corone d’Oro” riservato ai cittadini “che hanno reso il più alto prestigio alla cittadinanza rignanese”. Lui, che è di Rignano, lo scrive pure nelle biografie ufficiali, quasi a insistere, a spiegare: io sono del contado e me ne vanto. “Matteo Renzi nasce a Firenze nel gennaio 1975 e cresce a Rignano sull’Arno”, si legge sul sito di Palazzo Chigi.

 

Rignano, dunque è l’alfa e l’omega del governo. Rignano sono le prime assemblee pubbliche del figlio in cui babbo Tiziano portava un po’ di gente per far numero e altre assemblee pubbliche dove Tiziano, anni dopo, su quel partito leggero che garba tanto al figlio, qualche volta espresse – diciamo – delle perplessità, lui che viene dalla Prima Repubblica e che nella Seconda, si ricordano a Rignano, votò Bersani al congresso del 2009, mentre il figlio sceglieva Franceschini. Rignano è intimamente provincia, è clan nel senso etnico del termine; “se non gli appartieni non ne farai mai parte, neanche se ti converti”, spiegò una volta un ex assessore della giunta fiorentina di Renzi per dimostrare quanto sia essenziale la consanguineità culturale nel renzismo. Nascere in provincia è un fardello e una benedizione. Sei in perenne ricerca di un altrove. Se sei del New Jersey, hai davanti agli occhi quella New York così luccicante che pare lontana e invece è a distanza di uno sputo; se sei di Pavia, come Max Pezzali, pensi a Milano. Per questo nascere in provincia è una condizione esistenziale; te la porterai dentro per tutta la vita, ti sentirai sempre alla provincia di qualcosa, pure di te stesso. Il renzismo è, a sua volta, intimamente provinciale, di quella provincia che è quartierino, paese, piazzetta, muretto, welfare personalizzato; di quella provincia che protegge dal dolore politico con cui si forgiano i leader.

 

E Renzi non l’ha provato, il dolore politico; non era dolore quello che provò al liceo Dante di Firenze, dove si creava la classe dirigente politica e pure dell’entertainment – da Valdo Spini a Piero Pelù –, quando Renzi fu battuto nelle elezioni studentesche da uno che poi sarebbe diventato suo consigliere comunale a Firenze, ma riuscì comunque a diventare rappresentante d’istituto. Non era dolore politico la mancata elezione alle provinciali del 1999, nelle file del Ppi, ché in provincia di Firenze era un partito inesistente. Voialtri forse pensate che Firenze sia una città di sinistra-sinistra, macché; il rosso è sempre stato altrove, in provincia pure quello. Il rosso era a Sesto Fiorentino, Sestograd, “Un Comune socialista”, come lo definì in un omonimo libro lo storico Ernesto Ragionieri. Il rosso era quello dei Ds al 37 per cento e la Margherita al 9 quando Renzi era presidente della provincia. Una percentuale che gli era sufficiente per espellere assessori diessini dalla giunta e cambiarli come fossero camicie (c’era sempre qualcuno sulla riva dell’Arno ad attendere che saltasse il prossimo, per prendergli il posto, anziché tentare di disarcionare direttamente il capo di Palazzo Medici Riccardi). Questo, in fondo, è sempre stato il paradigma renziano: usare un piccolo ruolo come grimaldello per passare al ruolo successivo, nell’indifferenza degli avversari che lo sottovalutavano. Come quei postcomunisti che di lui dissero, quando divenne presidente della provincia e gli misero come vice uno che aveva fatto il sindaco a Sestograd: “Vai, gli s’è legato la gamba a un tavolino”. Il tavolino non ha fatto una bella fine, insieme a quelli che sono venuti dopo, i D’Alema e i Bersani, con i loro tacchini sul tetto e i loro vigneti umbri.

 

Non era, quindi, neanche dolore politico quello che lo colse nel 2012, quando venne sconfitto davvero per la prima volta contro Pier Luigi Bersani – quasi si mise a piangere, quella sera alla Fortezza – e l’aria da bullo di provincia s’incrinò. Renzi parve umano a chi l’aveva sempre visto e conosciuto anaffettivo. Un vero squalo, uno che rottama amici e compagni di viaggio, perennemente colpiti dalla sindrome del braccio destro, uno che, a proposito di amici e mentori, parlava malissimo di Lapo Pistelli nella campagna elettorale del 2009, ai tempi delle mitologiche primarie fiorentine; altro che quelle rabberciate che vanno di moda adesso. E oggi, invece, non solo lo tiene al governo come viceministro degli Esteri e lo manda in giro per il mondo, ma lo consulta pure. Appena arrivato al Largo del Nazareno, il segretario del Pd si scambiò diversi sms notturni con Lapo per sapere ma la Mogherini, che tipo è la Mogherini, e la Madia?, che ne pensi, Lapo, della Madia. Renzi, come Berlusconi, dorme poco: finiva di scrivere messaggi all’una e mezzo di notte e ricominciava dopo qualche ora, verso le sette. E Lapo, puntualmente, la sua la diceva. Lui che il dolore politico l’ha provato – la sconfitta più cocente, quella di chi si sentiva già sindaco di Firenze e invece è costretto a partirsene dal Galluzzo, quartiere di Firenze, per Roma, senza biglietto di ritorno – lui che ha capito cosa voglia dire scontrarsi con il bulldozer del vincitore. Le alternative sono andarsene o convertirsi, il di più viene dal maligno. Lui, Lapo, che una volta fu pure avvertito per tempo, di cosa gli sarebbe capitato in seguito, da chi conosceva bene entrambi. L’avvertimento arrivava da uno che ha fatto il sindaco di Firenze prima di Renzi, che ha fatto l’europarlamentare e poi è stato ingurgitato dal renzismo, Leonardo Domenici. Altri tempi quando i rapporti di forza, fra Renzi e Pistelli, erano diversi e l’attuale premier faceva l’assistente parlamentare dell’attuale viceministro e, dalle parti del Valdarno, una volta tutti e tre s’incontrarono. “Ciao Leonardo, ti presento il mio assistente, si chiama Matteo”, disse Pistelli a Domenici, che rispose: “Ma io lo conosco già. Certo che per te è un bene che lui sia il tuo assistente. Per lui non lo so”. Alla fine, le parti si sono rovesciate e per Lapo sarebbe stato meglio che, in effetti, Matteo facesse altro.

 

Roma ladrona, Rignano non perdona! Rignano non ha perdonato Firenze; né lei, né la sua classe dirigente, quella che chiese a Matteo di mettersi in fila come al banco della Coop pensando di fregarlo, dopo che lui aveva già fatto capire di che cosa, invece, non gli fregasse. Non gli fregava delle poltrone per il gusto delle poltrone e quando Domenici gli offrì quella da vicesindaco di Firenze per acquietarlo (Renzi già scassava a vent’anni, da segretario della Margherita, e minacciava crisi di giunta), Matteo disse no, figurarsi, io sono il vice di nessuno, neanche di me stesso. Ciao. Clic. Rignano è Tiziano che fa il capogruppo del Ppi in comune, che quando litiga in Consiglio comunale con il sindaco comunista, non porta più la famiglia alla Coop per una settimana, Rignano è Tiziano che apparecchia il duello con il sindaco Ds, Massimo Settimelli, e avvia una dura campagna d’opposizione nella quale si cavalca, con poco garantismo, un’inchiesta per corruzione (poi sarà assolto dalla Cassazione con formula piena). “Il sindaco è un evasore e ha pure provocato un buco nel bilancio comunale”, attaccava il Ppi renziano (nel senso di Tiziano). “Sono tre anni che i Popolari prima, la Margherita poi, denunciano con forza il malgoverno di Rignano e i problemi che alla cittadinanza sono causati dalla presenza del sindaco e dei suoi più stretti collaboratori”, dicevano con piglio giustizialista Tiziano e un altro rignanese che poi avrebbe accompagnato Renzi junior nei suoi viaggi, Roberto Bargilli, autista nelle primarie col camper.

 

Segnateveli questi nomi, perché un giorno, magari, ve li troverete in qualche cda. Rignano è, infatti, anche l’ufficio di collocamento del renzismo. A Palazzo Chigi il fotografo ufficiale è Tiberio Barchielli, che prima di lavorare con le immagini faceva l’autista di pullman e ora è anche direttore di Gossip Blitz, un sito di paparazzate con tette e culi e sondaggi su “Emanuela Iaquinta vs Marika Fruscio: chi è la più bombastica del calcio?”.

 

Rignano è Eleonora, la segretaria da cui Renzi non si separa mai; prima in provincia, poi in comune, chiamata dall’altra stanza quando c’era bisogno – come tutti gli altri dipendenti – con una campanella, parecchie volte al giorno, e da poco è arrivata a Palazzo Chigi, dove lavora per Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, braccio ambidestro del premier. Perché ogni capo ha una sua Vincenza Enea. Rignano è il Valdarno: sono gli amici scout che lo accompagnano e fanno carriera, è Matteo Spanò che crea, insieme ad altri, un’agenzia di comunicazione, la Dot Media, che avrà fra i suoi clienti anche lo stesso comune di Firenze, facendo accigliare non poco l’opposizione che bercerà al conflitto d’interessi; è Nicola Danti, che oggi fa l’europarlamentare dopo essere stato consigliere regionale e braccio armato renziano nella Valdisieve. Tutti scout, naturalmente, laddove si dimostra la nuova regola: da scout a classe dirigente, la nuova microfisica del potere renziano, in cui l’appartenenza geografica, anzi geopolitica, ha il suo valore.

 

Rignano è babbo Tiziano che sogna di trasformare il paesino nella “Parigi del Valdarno. Vorremmo un battello – ha detto – per trasportare sul fiume fino agli outlet i turisti che arrivano con il treno”. Rignano è babbo Tiziano che organizza viaggi benedetti e fa il commentatore seriale su Facebook, su cui da poco è tornato con uno pseudonimo, Orso Saggio, perché le sue esternazioni erano diventate un oggetto appetitoso dei giornali. Orso Saggio, quando era solo Tiziano e non aveva bisogno di celarsi alle iene dattilografe, s’incazzò di brutto con Piero Pelù, che dal palco del Primo Maggio dette al figlio del “boy scout di Licio Gelli” e a lui, babbo Renzi, appioppò l’epiteto di massone. “Sono onorato di non aver mai avuto rapporti di conoscenza con quel personaggio che spara merda sulla mia famiglia”, scrisse Tiziano su Facebook. Rignano, infatti, è anche le sue leggende; su qualche blog anti club Bilderberg ne compaiono ancora, perché anche quando non c’erano Carlo Sibilia e Ale Di Battista, con il loro complottismo a Cinque stelle, già prosperavano le minchiate. Si vedano i dossier su Tiziano “ex parlamentare della Dc” (falso, mai stato) e “gran signore della massoneria”. Tutta paccottiglia riciclata dal M5s.

 

Ma se il babbo è quello che parla, che fa interviste, che si espone, che mette in piedi attività imprenditoriali scricchiolanti – ditte di panificazione e società che si occupano di strillonaggio e distribuzione dei giornali nelle quali ha lavorato anche Matteo – se il babbo è quello che attacca la minoranza del Pd (“invidiosi”) quando la minoranza Pd a sua volta attacca il figlio sulla Leopolda e sulle cene da mille euro, se è il babbo insomma che apre bocca e solitamente scoppia un casino, la chiave psicologica di Renzi è la mamma Laura. Non fa interviste, non si fa vedere, come Agnese non ama il pubblico e la pubblicità. Mamma Laura sta in disparte, respinge i cronisti. Quando vanno a trovarla nei giorni del regicidio di Enrico Letta, lei dice “Matteo l’ho affidato alla Madonna” e stop. E’ la mamma che gli parla di Kennedy, è lei che ha un forte influsso sul figlio. Laura, ha detto una volta il vicesindaco di Rignano Giuliano Buonamici, è “una donna molto determinata, coraggiosa, mentre Tiziano, mio compagno di scoutismo, è più sognatore”.

 

Roma ladrona, Rignano non perdona! Rignano, però, è pure il suo alter ego di provincia, è Pontassieve, dove invece son cresciuti i Landini, e dove Agnese tuttora insegna, come prof precaria, all’Istituto Balducci. Pontassieve, dove c’è la famiglia Landini, che “pratica – dice chi la conosce bene – quasi un cattolicesimo preconciliare”. Babbo insegnante al liceo, mamma alla scuola media. Il babbo con qualche problema a riconoscere l’autorità politico-morale di Giuseppe Garibaldi (quel gran massone), la mamma con parecchia diffidenza verso la Rivoluzione francese (che è roba brutta, autorità distrutta e teste tagliate). Rignano ladrona, Roma non perdona! Rignano non ha perdonato Firenze, figurarsi se può perdonare Roma; quella Rignano che Veltroni, nel 1996, quando incontrò il giovane Renzi per la prima volta, non sapeva collocare. W. era candidato vicepremier dell’Ulivo e Matteo, animatore dei comitati toscani per Romano Prodi, lo voleva invitare per un’iniziativa elettorale. L’altro chiese: “Dov’è Rignano?”. Rignano un tempo non la conosceva nessuno, se non perché c’è nato Ardengo Soffici, e ora nessuno si può più permettere di non trovarla sulla cartina. Perché Rignano non perdona: Rignano è la culla del nuovo pop politico.

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