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23 settembre 2008

Trovo in rete un testo del 2007 di Nando Dalla Chiesa che accompagnava l’uscita del libro di Mario Calabresi, di cui Nando è da sempre molto amico. Si intitola “Terrorismo. Mario Calabresi e gli altri figli”. Comincia così: “Avevo promesso a Mario di rispettare l’anteprima di Repubblica, il suo giornale. Poi ho deciso – anziché fare una recensione – di scrivere una lettera aperta a sua madre Gemma Calabresi. L’Unità ha titolato: ‘Terrorismo e i figli che non dimenticano’. E’ un titolo impreciso, perché l’assassinio di Calabresi non fu compiuto da terroristi (che non l’hanno mai rivendicato), ma proprio per questo fu qualcosa di peggio: frutto di una cultura politica che aveva un retroterra di massa, non atto di un’organizzazione clandestina del terrore”. Fin qui il Dalla Chiesa di un anno fa, cui non aggiungerò una parola di commento. Del resto nessuno, fra chi lesse allora Dalla Chiesa, scrisse una sola parola di commento. Stavano affilando i denti, immagino. Invece, vediamo Sergio Luzzatto. Quando codesto stimato storico lanciò una ingente campagna di promozione per le “Pasque di sangue” di Ariel Toaff, intuii che fra i due quello pessimo era lui, Luzzatto. Dedicandomi ora le brevi righe di una rubrica sul Corriere, lo stimato storico, che mi trova umanamente penoso e culturalmente aberrante, conclude così: “Evidentemente per Adriano Sofri come per un famoso giacobino del 1789, ‘il sangue delle vittime non era così puro’.” Ho pensato a questa enormità. Mi sono chiesto schiettamente a quale persona, fra i pure non pochi dei quali ho una cattiva opinione, arriverei a riferire un’espressione come quella: non ne ho trovato nessuno. Dunque io sono, a stare allo stimato Luzzatto, la persona più infame di questo mondo. Salvo che Luzzatto abbia scritto, così, tanto non costa niente, una piccola infamia.

di Adriano Sofri

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