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11 settembre 2011

Tratto di una questione personale, che ha però una portata interessante al di là della sua occasione. Il senatore Maurizio Castro – del Pdl, leggo, amico di Maurizio Sacconi, dirigente di azienda e già minacciato dalle Br – mi ha così deplorato ieri: “Sulla a Repubblica A. S. insulta Sacconi, in un articolo in cui l’arroganza dello stile manifesta, assai più del disprezzo, un odio acido e divorante. E’ incredibile: un uomo fanatico e violento, condannato quale mandante di un vile omicidio politico, sfrontatamente accusa per una innocua barzelletta un ministro competente, onesto, serio, impegnato, appassionato. Ma Adriano Sofri, al di là di ogni cosmesi irenista e gallicamente intellettuale, resta uguale a se stesso: e l’articolo di oggi è la fosca metafora del cenno ambiguo, reso 39 anni fa a un friggitore stupido e feroce, perché si armasse contro un nemico inerme”. Ho riportato il testo, perché ha una sua lingua singolare: io arrivo ad afferrare l’addebito di irenismo cosmetico, ma sul gallicamente intellettuale mi arrendo. Non obietto al ricorso alla mia fedina penale: è tutto passato in giudicato, chiunque può servirsene nei miei confronti. Però Castro sbaglia di grosso quando mi dice in balia di “un odio acido e divorante”: nemmeno per sogno. Sacconi è per me un esempio già misterioso e improvvisamente più chiaro di un modo di fare i conti col proprio passato e col passato comune. Non gli imputo di avere cambiato o tradito – rinnegato, come si diceva – le sue opinioni di socialista (e di sinistra): l’ho fatto anch’io, naturalmente, in tutt’altro modo, cosmesi o no. Leggo nelle sue battaglie, nel suo linguaggio e nel suo tono, un accanimento risentito e plateale. Alcune di queste crociate mi riguardano molto da vicino, più che da vicino, come un’aggressione fisica: quando si cercasse di mettermi una sonda nella pancia contro la mia volontà, maledirei i violenti che l’hanno imposto, e lo faccio fin d’ora, finché sono padrone di me. In generale Sacconi, come altri suoi antichi compagni, ma con una dose di zelo in più, ha letteralmente rovesciato tutto ciò che di più nobile c’era nella tradizione socialista, solidale, laica, libertaria. Perché l’ha fatto? Forse lui lo sa, io intanto penso questo. Data per scontata la misura di opportunismo e di vanità che accompagna chi più e chi meno tutti quelli che corrono per il potere, possono pesare altre due motivazioni. La prima è culturale, ed è la voce dal sen fuggita della barzelletta sulle suore stuprate, tanto più rivelatrice se si consideri la tenacia con cui Sacconi si è sforzato di accreditarsi come il più fedele dei difensori della fede cattolica. Fesso com’è in assoluto, l’impiego di quella barzelletta era doppiamente fesso nel contesto della polemica con Susanna Camusso e triplamente da parte di un firmatario della “Lettera aperta ai cattolici”, per raccomandare loro di non credere alle malignità su Berlusconi e Ruby. Altro che filioque: nel credo di un bravo cattolico Ruby è la nipote di Mubarak. La seconda motivazione, che è poi la più interessante per questo giornale, sta nella questione della giustizia (non la divina né genericamente la terrena, ma quella esercitata dalla magistratura italiana). Sacconi è un reduce da quella che sente, e in qualche parte è stata, una persecuzione devastante dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, e del socialista in particolare. La sua posizione gli sembra giustificata e anzi obbligata dalla memoria di un’invadenza giudiziaria e dall’impegno a impedire che il sequestro e l’umiliazione della politica si ripetano. Dunque è difficile distinguere nelle sue prese di posizione, anche nel campo della sua competenza, che è il lavoro (ben diversamente che per la “biopolitica”, che pure si è intestato), ciò che si deve alla convinzione e al culto della modernizzazione dal risentimento e la rivalsa. Ora io, per le circostanze che il senatore Castro ha a suo singolare modo ricapitolato, e non solo per quelle, ho opinioni molto forti sulla giustizia terrena e italiana in particolare, e mi sono misurato in questo lungo supplemento della mia esistenza con l’atteggiamento meno sbagliato da provare a tenere tra i fatti proprii e quelli comuni. Non essendo minimamente tentato da sindromi di Stoccolma, sono altrettanto refrattario a imbarcarmi con schieramenti e idee che combattono l’esercizio squilibrato della giustizia per ragioni ingiuste. Il centrodestra italiano e il suo capo in via di delocalizzazione hanno costituito l’ostacolo più forte al desiderio sincero di rendere la giustizia meno ingiusta (e intanto il carcere meno infame), e l’alibi più conveniente alla pusillanimità l’ipocrisia e l’opportunismo di chi sullo squilibrio dei poteri credeva di poter lucrare, o almeno salvare la pelle e la roba. Questo, molto sommariamente, penso. Odio non ne coltivo, se non altro perché di tutti i vizi che mi vengono addebitati conservo senz’altro l’amor proprio, e l’odio mortifica l’amor proprio. Se mi capitasse di dare una mano a Sacconi a cambiare una ruota, lo farei volentieri. Ho citato la suora Rita Giaretta, e la sua conclusione: “Il ministro Sacconi mi fa un po’ pena”. Escluderei, così a occhio, che lei sia mossa dall’odio, nemmeno “un po’”, e invece credo di capire che cosa voglia dire quel “fare pena”. Suor Rita è vicentina, Sacconi di Conegliano, Castro di Pordenone, e io stesso nacqui lassù. Dunque conosciamo tutti quel modo veneto di dire “mi fa un po’ pena”, che è: “El me fa pecà”, mi fa peccato. Ecco, mi fa peccato. E ora che ho finito, perché il senatore non ricominci con il mio irenismo gallico e intellettualismo cosmetico, lo mando francamente a quel paese.

di Adriano Sofri

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