Il ministro Maroni pensa di aver “sottovalutato la strumentalizzazione” della questione delle impronte. Mah. Io ne sono scandalizzato e spaventato, e non ho nessuna inclinazione alla strumentalizzazione. Direi che la stessa cosa valga per tante altre persone o gruppi, per Sant’Egidio o per l’Unicef, per la commissione europea o Amnesty. Saremmo stati scandalizzati e spaventati, persone comuni e autorevoli associazioni, allo stesso modo se una proposta simile fosse venuta da un governante di sinistra – ciò che, coi tempi che corrono, non è affatto impensabile. Personalmente, sono stato sorpreso dalla campagna di Maroni e dal tono con cui è stata condotta. Tre superprefetti metropolitani convocati d’urgenza per rendere più compatta e allineata la realizzazione della direttiva di prendere le impronte ai bambini zingari, è qualcosa di spropositatamente napoleonico. Maroni, nell’intervista all’Avvenire, deplora energicamente il “pregiudizio” opposto alle sue vere intenzioni. Gli dirò perché temo il suo pregiudizio. L’ho sentito ripetutamente, in televisione, evocare l’allarme dei cittadini “italiani” di fronte alla minaccia, documentata dall’episodio napoletano, di vedersi entrare in casa una giovane zingara venuta a rapire un bambino dalla culla. Ora, l’episodio napoletano resta da provare e autorizza dubbi molto forti – non di malafede, ma di fraintendimento. Quando fosse provato, sarebbe un episodio gravissimo, un rapimento tentato e fallito, condotto nel modo più maldestro da una ragazza in chissà quali condizioni d’animo. Negli stessi giorni in cui, senza il beneficio sostanziale e nemmeno formale del dubbio, Maroni ne parlava come di un fatto appurato e di un comportamento abituale, si svolgevano le agghiaccianti udienze del processo per il piccolo Tommy. Ecco perché temo che Roberto Maroni sia vittima di un pregiudizio.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Adriano Sofri
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