Da molti giorni, come ha segnalato ieri su questo giornale anche Lanfranco Pace, assistevamo stupefatti alla sproporzione fra il disastro delle inondazioni venete e l’attenzione dei media e delle autorità nazionali. Ne avevo parlato con Ilvo Diamanti, che è sempre intento a guardare come va il mondo, e per giunta lo guarda da Caldogno, Vicenza, e l’aveva segnalato da una settimana. “Una tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita inchieste. Al massimo una cronaca. Minore”, aveva scritto nella sua prosa secca. Forse perché non era (ancora) il Po, forse perché nomi così, il Bacchiglione – “el Livelòn” – o il Retrone (però il latino Eretenus ha un’etimologia magnanima: cfr. A. Peretti, “Dall’Eridano di Esiodo al Retrone vicentino”), sono inadeguati a fare abbastanza impressione, forse perché si è abituati a pensare che il Veneto è ricco e che sa fare da sé. Sta di fatto che il malumore che ha accolto ieri la visita spettacolo di Berlusconi e Bossi era prevedibilissimo. Il Pd ieri ha detto: “No alle passerelle”. D’accordo. Però mi resta un dubbio amichevole e amaro: che cosa hanno fatto nei giorni scorsi i dirigenti nazionali del Pd? Sono andati da quelle parti, non a farsi vedere, ma a vedere, capire, e dare solidarietà? So bene che l’hanno fatto una quantità di persone di buona volontà, con uno slancio che non ha niente da invidiare a quello delle alluvioni della meglio gioventù. Ma i responsabili del partito, in silenzio, in partibus infidelium, non avrebbero fatto bene ad andare? Se ci sono andati, sarò felice di apprenderlo. Se no, temo che il Pd finisca per connotarsi agli occhi delle persone come il grande – grandicello, diciamo – Partito che non va nei posti e che non fa le cose. Il Partito che non.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Adriano Sofri
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