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10 luglio 2010

Marija Olsufieva è nata (nel 1907) vissuta e morta (nel 1988) a Firenze, dove i suoi erano venuti, prima perché era sembrato loro che fosse un posto buono per far nascere i figli, poi perché avevano lasciato la Russia del ‘17. Marija è stata traduttrice e traghettatrice e ospite di poeti e scrittori russi per tutta la vita. La conobbi quando Lotta Continua aveva smesso di essere un’organizzazione politica per sopravvivere come un giornale famelico, e si era (finalmente) appassionata alla sorte del dissenso sovietico, per far conoscere e sostenere il quale Marija avrebbe collaborato con chiunque. Nel nostro caso lo fece più cordialmente grazie a persone come Lisa Giua Foa. Ho letto ora nelle Edizioni di storia e letteratura, curata nel 2002 da Stefania Pavan, una ricca scelta delle carte di Marija Olsufieva donate da sua figlia Elisabeth Michahelles all’Archivio contemporaneo del Gabinetto Vieusseux. (Che nell’Ottocento si forniva assiduamente dei giornali russi, permettendo a Dostoevskij di venirli a leggere ogni mattina nel suo lungo soggiorno fiorentino). Sono carteggi con gli editori e gli autori, quando erano viventi, e Olsufieva ne diventava immancabilmente amica: classici come Babel’ e Belyj e Blok, e Nina Berberova, Bulgakov, Gumilev, Kuznecov, Mandel’stam, Pasternak, Platonov, i coniugi Sacharov, Sinjavskij, Sklovskij, Solzenicyn… Sono molte le notizie e i passi interessanti, compresa una amplissima corrispondenza con Fosco Maraini consulente scrupolosissimo e spiritoso per la versione della “Storia segreta dei mongoli”. E frasi rivelatrici, come il poscritto di una lettera di Bulat Okudzava, scrittore poeta e cantautore, dopo l’uscita italiana di un suo romanzo: “Se la casa editrice ne ha la possibilità, potrebbe mandarmi anche una sola altra copia? Si intende che pagherò le spese”. Ho scoperto un dettaglio commovente, che Olsufieva non si limitava a leggere una enorme quantità di testi russi per promuoverli instancabilmente presso gli editori italiani (spesso invano), ma li traduceva subito, per sé, indipendentemente dall’eventualità che fossero accolti e pubblicati. Non lo faceva per esercizio ma disinteressatamente, per amore.

di Adriano Sofri

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