Un’appendice alla posta di ieri, a proposito della “rivoluzione della riabilitazione” propugnata dal ministro conservatore inglese della Giustizia Ken Clarke e dal suo premier Cameron. Sul Guardian del giorno dopo il già ergastolano Erwin James dice che Clarke ha ragione a mettere al primo posto la sicurezza dei cittadini, e a non nascondersi, come fanno (quasi) tutti per demagogia e ipocrisia, che le discariche umane in cui sono trasformate le prigioni servono a tutt’altro che a ridurre i reati e tutelare le vittime potenziali. Il laburista Jack Straw, predecessore di Clarke alla giustizia, aveva appena ripetuto che “la galera funziona”: James obietta che non ce n’è prova alcuna, mentre è provato che fra i condannati cui si offrono reali opportunità di reinserimento la recidiva è enormemente più bassa. (Esattamente come in Italia. In Italia è stata decisamente più bassa la recidiva anche fra i beneficiari dell’indulto, benché a quella calunniatissima misura non si fossero accompagnati provvedimenti finanziari, e anche culturali, adeguati al reinserimento sociale). Dice James di essersi accorto che Clarke era un “progressista” diciotto anni fa, quando, appena nominato ministro degli interni, visitò il carcere di Nottingham e un suo socio, ergastolano anche lui, gli chiese un contributo per una maratona di beneficenza nel cortile dell’aria. Clarke senza esitazione gli diede una banconota da 5 sterline augurandogli “buona fortuna”. Sotto la responsabilità di Clarke la prigione fu ristrutturata in funzione del lavoro e dell’educazione: all’avvento del laburista Howard la galera tornò a essere un deposito cannibalesco, e il tasso di recidiva si impennò. James cita l’esperienza di una ong, “Ble Sky Development and Regeneration”, che ha dato lavoro stabile a 300 ex detenuti in cinque anni riducendo il tasso di recidiva al 15 per cento, rispetto all’attuale medio che è del 70 per cento.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Adriano Sofri
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