Il suo libro sulla malattia, “A parte il cancro tutto bene. Io e la mia famiglia contro il cancro”, l’ho letto con trepidazione, e poi con ammirazione. Ho scoperto tante cose che non sapevo di lui e soprattutto della sua famiglia. Quando altri ne ebbero bisogno, consigliai anch’io il libro come un possibile manuale d’istruzioni e come un solido certificato su quello che conta nella vita. Corrado Sannucci non è mai stato uomo di un mondo solo. Diceva di non essersi fatto mancare niente – neanche il mieloma, aggiungeva. Era vero. Soprattutto non si è fatto mancare l’amore. E’ stato un uomo bravo e, ha scritto ieri un maestro misurato come Gianni Mura, un bravo giornalista. Gli sport li ha amati e praticati e raccontati con una franca simpatia per le persone, quelle in campo e quelle fuori. Si è impegnato a rendere migliore l’ambiente in cui era andato a lavorare. Nemmeno tanti anni prima, quando la politica riempiva, e ostruiva, il giorno e la notte dei suoi militanti, Corrado era stato uomo di un mondo solo. Nel 1998 ne scrisse, in un libro che avvertiva dal prologo con una seria ironia: “In queste pagine non verrà mai citato Adriano Sofri”. Raccontava invece la storia di una decina di persone di posti e di idee. Si intitolava “Lotta Continua. Gli uomini dopo”. Persone e posti e idee che, come lui, erano appartenute a LC, ma al suo arcipelago, non al centro: alla periferia dove si scrivevano le canzoni, si giravano i film, si costruivano mense di bambini e si democratizzava, scandalo impensabile, la naia. “La prima volta – come disse a Pisa presentando il libro – in cui gli studenti si fidanzarono con le commesse dell’Upim”. La sua idea era che la periferia di Lotta Continua, il pulviscolo di attività satelliti, di sedi minori, di trasformazioni saggiate subito e non rinviate al futuro, fosse in realtà il vero centro della cosa, e che all’ombra di parole politiche crescesse, quasi senza accorgersene, una coscienza civile. Ancora penso che una storia di quell’esperienza, pressoché irrilevante ormai dal punto di vista dell’ideologia o della “linea politica”, sarebbe preziosa e avvincente se distribuita negli innumerevoli luoghi in cui, grazie o nonostante la “linea politica”, una comunità di persone si univa generosamente e vivacemente alla vita degli altri, senza lasciarsi sopraffare dall’uniformità. Uno di noi, ieri, ha citato il pensiero con cui si chiudeva, nel 1999, quel libro di Corrado: “Gruppo senza ideologia, non poteva immaginare la forza dell’attuale intera classe politica senza ideologia. E con lei, chi ha immaginato e continua a immaginare una società governata da coscienza e partecipazione, impegnata alla soddisfazione dei bisogni reali, attenta all’educazione dei figli, premurosa nell’assistenza ai malati terminali, dedita alla costruzione di strutture architettoniche, urbanistiche o di relazione che siano al contempo edifici di bellezza e di servizio, chi insomma ha sognato un’Italia diversa e guarita dai suoi mali storici, segna una definitiva e irreparabile sconfitta”. Un altro vecchio amico ha concluso ieri il suo ricordo di Corrado citando l’ultimo suo articolo, sulle città candidate all’Olimpiade: “La dice lunga che finisca così. I nostri orizzonti sono questi: i giochi in gondoletta. Quelli del sindaco di Hiroshima: la pace universale”. Corrado studiava medicina e componeva e suonava e cantava canzoni. Era grande, bello, illuminato, e aveva una grossa motocicletta. Aveva parecchi anni meno di me, ma quando lo incontravo lo abbracciavo come viene voglia di abbracciare certi grandi alberi.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Adriano Sofri