L'autogol di Tillerson tra Riad e Baghdad

Gli Stati Uniti si sono tirati addosso qualcosa che rischia di sfociare o in una guerra aperta contro l’Iran, o in una resa incondizionata, il cui primo effetto collaterale è il sacrificio dei curdi

L'autogol di Tillerson tra Riad e Baghdad

foto LaPresse

“Tillerson go home!”: è stata questione di ore. Poche ore dopo la riunione di Riad con i sauditi e il primo ministro iracheno al Abadi, dopo la quale aveva detto che le milizie sciite e i loro protettori iraniani dovevano “tornare a casa”, il segretario di stato Tillerson ha dovuto invertire il suo viaggio alla volta del Pakistan per incontrare di nuovo Abadi a Baghdad, mentre i massimi capi delle milizie irachene sciite (di obbedienza iraniana) Hashd al Shaabi gli ingiungevano di “chiedere perdono” o, più alla svelta, come ha fatto il più fanatico e oltranzista fra loro, Qais al Khazali, capo dell’agguerrito gruppo Asa’ib Ahl al Haq, finanziato e addestrato dalla iraniana al Quds, di “prepararsi a lasciare immediatamente e senza indugio il territorio della nostra patria”. L’ex primo ministro Maliki si era accontentato di ordinare che nessuno andasse ad aspettare Tillerson all’aeroporto. Gli Stati Uniti avrebbero potuto prevenire l’invasione iracheno-iraniana del Kurdistan con mezzi pacifici: si sono tirati addosso qualcosa che rischia di sfociare o in una guerra aperta contro l’Iran, o in una resa incondizionata, il cui primo effetto collaterale è il sacrificio dei curdi.

 

Ieri nuovi scontri d’artiglieria hanno opposto i peshmerga alle milizie Shaabi in vari punti del confine curdo, e più violentemente e a lungo a Makhmur, appena a sud-est di Erbil. Nel primo pomeriggio, i morti nelle file Ashd al Shaabi sono 25. I peshmerga non comunicano le loro perdite. Un improvvisato quanto geniale filmato mostra una ventina di Ashd alShaabi catturati e disarmati dai peshmerga che vengono rimessi su uno dei loro hummer e rimandati. Baciano le mani e piangono: “Non siamo noi che vogliamo fare la guerra, sono i nostri capi e i politici”, mentre il graduato curdo tiene una lunga appassionata concione: “Noi non siamo Ashd al Shaabi, siamo peshmerga, trattiamo così i prigionieri”. Poi chiede: “Datemi un po’ d’acqua, ho parlato troppo”. Più laconicamente un altro peshmerga dice: “Avremmo voluto farli fuori tutti, ma non è bello”.

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