La tentazione di chiudere a chiave il Kurdistan

La triplice inedita Alleanza anticurda, di Iraq Iran e Turchia, traballa. Ma l’Europa non dice nulla per deplorare le minacce bellicose e le misure prepotenti varate a Baghdad 

La tentazione di chiudere a chiave il Kurdistan

Schede elettorali in un seggio curdo (Foto LaPresse)

Venerdì, nel pomeriggio del dì di festa, è cominciato il blocco degli aeroporti (“fino al 29 dicembre”, recita un comunicato dell’aeroporto di Erbil) e dei valichi di terra col Kurdistan. Ci sono voci diverse: la Turkish riprenderebbe i voli il 4 ottobre, Austrian e Lufthansa obietterebbero… Vedremo. Il Kurdistan provvisoriamente iracheno è come un’Umbria: lontano da tutti i mari e geograficamente assediato dagli stati confinanti, Siria, Turchia, Iran e Iraq. La tentazione di chiuderlo a chiave sta per così dire nei fatti. E’ vero anche il contrario, che quasi tutto gli passa attraverso, dalle connessioni internet iraniane alla pipeline turca, oltre alle cicogne, di cui è un vero santuario.

 

In questa pretesa di chiusura c’è intanto qualcosa di grottesco. Giorni fa ero a Kirkuk e ascoltavo al computer – audio perfetto – un programma di Radio 3 trasmesso per l’occasione non da Roma ma da Matera, e l’ospite, Dacia Maraini, lamentava che a Pescasseroli, dove trascorre spesso il suo tempo, Radio 3 si prenda male. In un mondo così vogliono tagliare fuori un popolo perché ha svolto un referendum consultivo.

 

Nella Triplice inedita Alleanza anticurda, di Iraq Iran e Turchia, ci sono per fortuna delle crepe. Ieri il vicepresidente iracheno Allawi ha detto cose ragionevoli sulla necessità di negoziare, cui il presidente curdo Barzani ha risposto con soddisfazione. L’Europa, e nel suo piccolissimo l’Italia, non sembrano aver ancora trovato il fil di voce necessario a deplorare le minacce bellicose e le misure prepotenti varate a Baghdad e altrove senza alcuna proporzione. Qualche avvertimento in più arriva dagli americani, che peraltro qui sono di stanza, se non di casa. Iran e Turchia (e Siria, a più urgente ragione) sono spaventati dell’emulazione che la proclamazione dell’indipendenza, più esattamente del suo desiderio al 92,73 per cento, a Erbil e Kirkuk, suscita fra i “loro” curdi, che già in gran numero riempiono le rispettive galere. L’Iraq è altrettanto spaventato dall’emulazione eccitata fra i sunniti iracheni (e siriani, perché anche lì i confini andranno reinventati): quelli almeno, una buona maggioranza, che non vogliono stare con il fanatismo islamista né con la soperchieria sciita. Un’importante riunione di capi tribali arabi sunniti a Erbil ha solidarizzato col referendum curdo e denunciato l’illegalità delle misure proclamate da Baghdad. Rispetto al mondo sciita c’era una forte aspettativa per l’eventuale pronunciamento del grande ayatollah Sistani, vecchio, di fortissima autorità e di rarissimi interventi su questioni politiche, che ieri ha parlato: “I curdi dovrebbero tornare alla Costituzione per risolvere i loro problemi con il governo federale e il governo dovrebbe rispettare i fratelli curdi in tutte le leggi e azioni. I tentativi di dividere il paese potrebbero portare a conseguenze non volute”.

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