Fine corsa

Bill Gates avrà pensato che quella sua idea così sensata, che bisogna rendere più difficili gli sbarchi di migranti, passerà molto probabilmente attraverso una strage?

Fine corsa

Lesbo, il cimitero di salvagenti, barche e gommoni nella zona nord dell'isola (foto LaPresse)

C’è una precipitazione, nel senso chimico. Si è raggiunto il punto di insolubilità – la chiamano insostenibilità, le autorità costituite. Si crede di ricostruire le cause che hanno dato al fenomeno un’accelerazione irresistibile, ma si tratta solo di sintomi: un magistrato di Catania fuori di misura, le ong messe all’ingrosso nell’angolo, la cifra di 2.000 annegati in mezzo 2017 passata inosservata, i 5 stelle che si spostano di colpo da prua a poppa, un nuovo ministro dell’Interno che si ingegna di chiudere il porto quando i buoi sono scappati, dei risultati elettorali inesorabili come sondaggi, Bill Gates che avverte che conviene rendere difficili gli arrivi, i sondaggi che certificano che il 95 per cento degli italiani la pensa come Bill Gates. Fine corsa. La cosa più facile da prevedere è una impressionante strage in mare, forse un nuovo record. Possono volerla i mercanti di barche, possono paventarla o inconsciamente augurarla i volontari offesi e frustrati, possono semplicemente determinarla le circostanze: se alcuni dei salvataggi che si facevano non si fanno più, i fuggiaschi non diminuiscono certo in proporzione. Quelli in esubero annegheranno. È successo altre volte.

  

A Lampedusa nell’ottobre 2013, nel Canale di Sicilia nell’aprile 2015 furono centinaia e centinaia. Questa volta però non ci sarà commozione, indignazione, impegno al soccorso. Questa volta ci sarà rassegnazione, realismo, come per uno scotto da pagare, un passaggio indispensabile alla svolta che gli uni auspicano e cui gli altri si rassegnano. Bill Gates non è cattivo, credo, al contrario: ha adottato mezzo mondo, in privato e in pubblico. Avrei voluto chiedergli se aveva pensato che quella sua idea così sensata, che bisogna rendere più difficili gli arrivi, passerà molto probabilmente attraverso la strage: un sacrificio necessario. È scritto. Là dove le cose si scrivono si conoscono già, se non i nomi – questa è gente senza nome – le facce, l’età, il modo di ridere e di piangere, il colore degli occhi, i ricordi e le speranze dei protagonisti del prossimo Grande Naufragio. Non in cielo: è qui, sulla terraferma che le cose si scrivono.

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Commenti all'articolo

  • Andrea Pierotti

    08 Luglio 2017 - 08:08

    La cosa che mi rompe di più di tutta questa faccenda è che mi avete fatto diventare razzista. A 52 anni, e non lo sono mai stato.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    07 Luglio 2017 - 18:06

    Le stragi derivano dagli illusionisti mafiosi che li mettono sulle scassatissime barche ieri e i gommoni finti di oggi: se devi prenderne (un numero coerente e limitato come fa il Canada), li fai venire in aereo come gli ultimi 350.000 siriani e dopo averli scelti. Però per la ricchezza procapite canadese, le dimensioni del suo territorio, la densità di popolazione (3,9 contro i nostri 200 e passa per kmq.), programma di inserimento, vitto e alloggio a carico dello Stato l'Italia non può permetterselo ma aggiunge caos al già sconnesso sistema Italia. Ma ci vuole cosi tanto a capirlo? Mr. Sofri, non richiesto le do un consiglio: si noleggi uno spider e vada per qualche kilometro via col vento e musica in cuffia da Beethoven a Bob Dylan passando per Vasco, vedrà un mondo meno nero.

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