L'urna di don Bosco (foto LaPresse)

Le lettere di Don Bosco e le missioni salesiane tra i “selvaggi”

Adriano Sofri

Tanti anni fa mi appassionai a lui e alla sua impresa – se ci fosse stato uno strumento come questo epistolario ne avrei approfittato

Sull’Avvenire di domenica Marco Roncalli annuncia l’imminente uscita dell’ottavo volume di lettere di don Bosco, a cura dello storico salesiano Francesco Motto (Epistolario, VII, ed.Las, 558 pagg., 36 euro). Il volume ne contiene 441, di cui 151 inedite, per il solo biennio 1880-81. Fra note e inedite (più di 1500) le lettere sono quasi 5 mila. Mi auguro che don Bosco sia al riparo da romanzi sulla sua segreta vita sessuale, cui vocazioni come la sua offrono sempre qualche appiglio. Sono ancora molti i devoti a don Bosco per le sue visioni profetiche: l’avvento del “regno del terrore, dello spavento e della desolazione” è attuale per definizione, come l’altroieri a Manchester. Tanti anni fa mi appassionai a lui e alla sua impresa – se ci fosse stato uno strumento come questo epistolario ne avrei approfittato. Era un argomento formidabile. Don Bosco si imbarcò su una nave solo una volta, per andare da Genova a Civitavecchia, e stette così male che rinunciò per sempre. In cambio mandò alla volta dell’Argentina e del Cile un gran numero di sacerdoti e suore che per lo più venivano dal Piemonte e non avevano mai visto Genova. Una storia rinverdita dal Bergoglio, però gesuita, tornato dalla fine del mondo. In Patagonia e soprattutto nella Terra del Fuoco le missioni salesiane risultarono in una grandiosa eterogenesi dei fini. I “selvaggi” – così don Bosco li chiama, senza cattive intenzioni – si convertivano e morivano. Un ragazzino, in odore di santità, venne in Italia e incontrò il papa e trovò che era vestito come un pinguino. Una volta, all’arrivo della nave Torino, i selvaggi furono presi da un grande entusiasmo perché scambiarono la pronuncia di “Torino” col “tuo regno” e lo immaginarono venuto.

     

L’Avvenire pubblica una lettera di don Bosco al presidente Roca: “Io mi darò cura di provvedere operaj evangelici e suore per l’educazione ed istruzione delle ragazze degli Indi”. Incontrai a Rio Grande, venticinque anni fa, l’ultima di quelle, nata ed educata bambina nella missione della Candelaria, viveva in un bugigattolo con una banda di cani e un compagno di Catania, muratore anziano e cieco, che beveva e la picchiava. Nel museo della missione era esposto un quaderno col suo dettato infantile – l’argomento era Napoleone. Con lei si spense la grande nazione degli Ona. Nel 1984, per il centenario della fondazione di Ushuaia, Christian Marcelo Miro aveva vinto il premio di poesia infantile: “Cuando sea adulto diré: lo mejor del mundo conozco soy habitante de Ushuaia y ex alumno del Don Bosco”. Gli “Indi” imparavano dai missionari a scrostarsi del puzzolente grasso di balena con cui da sempre si coprivano, o a mettersi addosso le pelli di guanaco con il pelo all’interno – “ma anche i guanachi le portano col pelo fuori”, protestavano – morivano di polmonite, morbillo, sifilide, scarlattina, rosolia, e delle pallottole dei cacciatori bianchi. Virginia mi disse che il solo posto che rimpiangeva era la missione, ma non ci andava più: Dio l’aveva abbandonata. Seppi che era morta, nel 1999, quando ero in carcere a Pisa. Nel carcere Don Bosco.

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