Simboli e massacri. Che cosa resta oggi della Srebrenica irachena

Ventinove anni fa Saddam ordinò il genocidio dei curdi di Halabja facendo bombardare per ore la città con gas micidiali

Halabja, Kurdistan iracheno. Sono andato a Halabja, tardi, dopo anni che frequento il Kurdistan. Non so quanti di voi conoscano questo nome: del resto si è sempre in ritardo di qualche genocidio. A Halabja (è facile da pronunciare, “Halàbgia”, in curdo si dice “Helebce”, o “Helewce”) dovrebbe suonare come Srebrenica (pronuncia “Srèbreniza”). Halabja è successa nel 1988, il 16 marzo: 29 anni fa oggi. Aveva circa 17 mila abitanti allora. Un paesone povero, a 70 km da Suleimanyah, al confine con l’Iran, alle pendici dei monti di Hawraman, uno dei paesaggi più belli del Kurdistan iracheno e iraniano. Era l’ultimo anno di otto della guerra Iran-Iraq e Saddam, che conduceva una intima guerra speciale tesa a liquidare i propri sudditi curdi, fece bombardare dal cielo per ore Halabja con gas micidiali. Fra i 3.500 e i 5.000, la gran maggioranza bambini e donne, morirono quel giorno in un’agonia straziante. Le cantine che la gente si era abituata a usare come rifugi dai frequenti bombardamenti dell’uno e dell’altro fronte si trasformarono in camere a gas. Qui non ci fu lo smaltimento dei corpi. I pochi coraggiosi fotografi li trovarono, ammucchiati gli uni sugli altri, o crollati lungo una fuga vana, a piedi o su carri e furgoni che non avevano avuto il tempo di muovere. Trovarono una Pompei di umani e animali – i primi a crollare erano stati gli uccelli del cielo e gli animali domestici, sotto gli occhi dei bambini.

 

La statua dietro al monumento è quella del fotografo che arrivò a documentare la scena.
Era turco e si chiamava – si chiama – Ramazan Öztürk 

 

C’è un’immagine sopra tutte che è diventata il simbolo di quel giorno, una madre supina sopra il proprio piccolo, come se lo proteggesse ancora, morti l’una e l’altro. E’ diventata una scultura ripetuta nella città e nel giardino del monumento al genocidio e del museo, ancora povero, che custodisce nomi e cose e memorie. Oggi Halabja è una città di forse 150 mila abitanti, con una giovane donna sindaco, è diventata capoluogo di una provincia – la quarta, dopo Erbil, Suleimanyah e Dohuk, senza contare la controversa Kirkuk – ha una sua università. E’ stata tradizionalmente, molto più delle altre province curde, una culla di formazioni islamiste, come l’Ansar al Islam del farabutto Mullah Krekar che l’Italia stava per farsi estradare dalla Norvegia. E’ ancora molto povera e paesana, a confronto con le altre, e anche i suoi memoriali sentono il bisogno di una manutenzione migliore, soprattutto le fosse comuni del cimitero. Nelle case si tengono piatti di mele, e mele vengono distribuite dai suoi giovani nelle strade di Suleimanyah, perché i gas di “Ali il Chimico”, il famigerato Ali Hassan-al-Majid, il cugino di Saddam specializzato in quest’arte, spandevano dapprincipio un forte odore di mela dolce. A distanza di una generazione e oltre, la gente di Halabja soffre ancora le conseguenze di quel veleno, soprattutto nelle malformazioni neonatali, nella diffusione dei tumori e nelle malattie della pelle. E ha sofferto a lungo di una sensazione di abbandono e di misconoscenza, nei confronti della stessa più vasta comunità curda. Il mondo è stato restio a riconoscere il programma genocida che si è accanito su Halabja e ha colpito per anni la regione curda dell’Iraq, devastando migliaia di villaggi, svuotando città della loro popolazione, usando i gas. A Halabja avvenne qualcosa di specialmente odioso. L’occidente, le cui fabbriche europee avevano a lungo fornito a Saddam gli ingredienti del suo arsenale chimico, e soprattutto gli Stati Uniti, che sapevano tutto ma avevano allora nell’Iran di Khomeini il proprio nemico principale, vollero sostenere in piena malafede che i gas fossero opera dell’Iran. Anni dopo una lugubre ironia volle che quando si preparava la guerra all’Iraq i gas di Halabja venissero rievocati in America e ora attribuiti a Saddam, per rafforzare la decisione dell’intervento. Nel museo di Halabja ho incontrato una coppia di americani, mormoni dello Utah, volontari di una organizzazione umanitaria. Nella città ci sono segni di fratellanza italiana, anche con Marzabotto. Non so se si sia mai stabilito un legame con Srebrenica: sarebbe giusto.

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