Se adesso in Iraq persino i curdi cominciano a menarsi tra loro

A Erbil più complicato dell’amore c’è solo la politica

Se adesso in Iraq persino i curdi cominciano a menarsi tra loro

Peshmerga curdo a Erbil (foto LaPresse)

La situazione del medio oriente è un puzzle di cui si è perso il disegno, ammesso che ce ne sia mai stato uno. La stessa situazione del Kurdistan iracheno, anche per chi ne sia diventato un avventore abituale e quasi cittadino, è difficilissima da decifrare e dunque da raccontare. Ho detto ieri del bizzarro intervento armato di un reparto di peshmerga del Puk di Kirkuk dentro la sede della Compagnia Petrolifera di Kirkuk – cioè nella sua città – che aveva dato al governo di Baghdad un ultimatum di una settimana: il petrolio di Kirkuk non doveva più essere spedito in Turchia né a Mosul né nelle altre province irachene. La prova di forza sembra essersi conclusa nel giro di ore, dopo aver provocato la reazione dell’altro partito maggiore curdo, il Pdk, e a quanto pare degli americani, che a Kirkuk hanno una presenza decisiva, militare ed economica.

 

Alla fine l’episodio è stato interpretato come l’alzata d’ingegno di un gruppo, nemmeno sostenuto dall’insieme del suo partito che fa capo a Suleymaniah, e legato soprattutto a concorrenze sul controllo del petrolio e delle stazioni di rifornimento. Non attribuirò a un temperamento curdo una speciale faziosità e animosità intestina, perché se ne vede l’equivalente un po’ dappertutto, e l’Italia attraversa una peculiare euforia di separatismo dissensuale. Qui si resta più sbigottiti per la sproporzione con lo sfondo tragico su cui si giocano queste partite provvisoriamente minori.

 

Lo sfondo è Mosul, soprattutto, dove l’esodo di fuggiaschi e la fame e l’inedia di chi resta sono diventati molto più ingenti da quando è cominciata l’avanzata irachena e internazionale sulla sponda occidentale del Tigri. E contemporaneamente succede che compagnie di peshmerga dipendenti dal governo di Erbil e altre di peshmerga legati al Pkk turco-siriano si fronteggino e arrivino allo scontro armato alle pendici del monte Shingal-Sinjar, dolorosamente celebre per essere stato il teatro della caccia genocida agli yazidi da parte delle bande dell’Isis. Un’ennesima guerra “minore” incombe là, fra curdi di obbedienza del Pdk di Erbil e curdi di obbedienza del Pkk turco in esilio e del Pyd del Rojava siriano, suoi affiliati.

 
Leggevo queste e altre notizie non so se più desolanti o allarmanti ieri quando ho trovato la cronaca della commemorazione in onore di Mustafa Barzani, il leggendario combattente curdo, padre del presidente del Krg, Masoud. Anche i curdi ebbero la loro “lunga marcia”, quando, alla caduta della coraggiosa ed effimera Repubblica curda di Mahabad, braccati dall’esercito iraniano, Mustafa e alcune centinaia dei suoi cercarono scampo attraverso Iran e Turchia fino all’Azerbaijan sovietico. Per commemorare Mustafa Barzani, come si fa ogni anno il 1° marzo, è venuto alla sua tomba nel paese di origine, Barzan, anche il fratello minore di Abdullah Ocalan, Osman. Leggere sia pure sommariamente la biografia di Osman è una lezione di cautela e scetticismo. Nato nel 1958, dunque dieci anni più giovane di “Apo”, Osman fu militante del Pkk fino a divenirne il secondo per autorità.

 

Nei primi anni Novanta fu arrestato dal Pkk, accusato di cedimento ai partiti curdi iracheni. Per sposare la sua compagna uscì formalmente dal Pkk, che vieta di avere relazioni amorose fra i suoi combattenti. Rientrato nel partito tornò a ricoprire ruoli di primo piano, nella lotta armata e nella campagna a difesa di suo fratello. Uscì di nuovo dal Pkk e formò un altro partito, avvicinandosi poi al Hdp. Dall’ergastolo, suo fratello chiese al Pkk di indagare su suoi rapporti economici compromettenti. Abbandonati i monti Qandil dove i combattenti turchi del Pkk in esilio nel Kurdistan iracheno hanno la loro base, costantemente bombardata dall’aviazione turca, Osman vive nel Kurdistan iracheno da avversario del Pkk. Un anno fa sostenne che l’Hdp, il partito cosiddetto filocurdo di Selahattin Demirtas e della signora Figen Yüksekdag, ambedue oggi in galera in Turchia, avrebbe dovuto essere più comprensivo con il progetto presidenziale di Erdogan…

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi