Diritti e democrazia

Tra referendum costituzionale e stato di diritto, qualche nota sull’ultimo libro di Luigi Ferrajoli.
Diritti e democrazia

Luigi Ferrajoli (immagine di Youtube)

Radio radicale, che accompagna anche le mie notti curde, ha trasmesso una presentazione dell’ultimo libro “instant” di Luigi Ferrajoli, “La democrazia costituzionale”, edito dal Mulino – “un libretto”, dice l’autore. Non avendolo letto (lo farò), e avendo solo ascoltato, nemmeno per intero, la presentazione, posso fraintendere tutto nelle righe che seguono. Democrazia costituzionale è, se non sbaglio, un sinonimo di stato di diritto. Direi che democrazia è il metodo di espressione della volontà della maggioranza temperata da garanzie per le minoranze, e costituzione il riconoscimento di diritti universali che non possono essere revocati né messi in causa dalle procedure democratiche e dalla volontà delle maggioranze. Forse fra costituzione e democrazia c’è una relazione, logica benché non cronologica, come quella fra la premessa e lo svolgimento del decalogo: “Io sono il Signore… Primo: non avrai…”. Sono convinto dell’importanza decisiva della distinzione-associazione, quanto ai diritti “non negoziabili”: basta guardare allo scempio che va compiendosi nella “democrazia” turca, in nome della maggioranza. Sta arrivando la pena di morte a furor di popolo e di capopopolo. Mi rendo anche conto del rovescio della medaglia, di cui avverte la stessa formulazione “non negoziabili” nelle versioni del bigottismo italiano.

 

Nei casi più significativi, al colmo dei quali metto l’idratazione forzata di un parlamento fortunatamente passato a miglior vita, è stata la democrazia a insidiare i diritti universali, in questo esempio il diritto a disporre di sé e dunque del proprio corpo fino alla fine della vita. Ma ho l’impressione che nel nostro tempo, e soprattutto nella nostra parte di mondo, i diritti umani universali siano meno minacciati e svuotati della democrazia stessa. I diritti umani maturano, si affermano e si impongono nella vita civile e solo dopo vengono ratificati – o, all’opposto, osteggiati – dalle leggi. Ed è nella società, nei rapporti della vita civile, che possono essere indeboliti o insidiati, per esempio dalla pressione di culture patriarcali accresciuta dalla migrazione e dalla sua concentrazione in zone particolari: quartieri dove lo stesso abbigliamento può sentirsi intimidito eccetera. La democrazia invece è molto più drasticamente indebolita, fino a sentirsi svuotata, dal prepotere di meccanismi più vasti di un singolo territorio – locale, nazionale, anche internazionale – e dalla loro velocità, eccetera. Donde la reazione ovvia e stupida del cosiddetto sovranismo.

 

Nella circostanza particolare alla quale il libro di Ferrajoli e suoi incisivi articoli sono evidentemente riferiti, quella del referendum costituzionale italiano, mi pare che ci si trovi di fronte a un paradosso, a un doppio fondo: una sede per eminenza democratica come il parlamento (dubbi a parte circa la sua legittimità) vuole modificare la Costituzione fino a snaturarla, secondo i critici più allarmati, compreso Ferrajoli, e poi un altro strumento ancora più esemplarmente democratico, il referendum, deve confermarne o respingerne il cambiamento / lo snaturamento. Ma l’oggetto della riforma-snaturamento è l’organizzazione della democrazia (il Senato, la legislazione, il rapporto fra istituzioni locali e centrali ecc.) e non i diritti universali, quelli che per così dire precedono la democrazia e ne sono immuni. Se così fosse, in ballo nel referendum non sarebbero i diritti universali contro la democrazia ma un modo di funzionamento della democrazia contro un altro. Nel primo caso l’opposizione alla riforma sarebbe radicale dunque assoluta. Nel secondo caso il Sì e il No sarebbero relativi, al punto di rendere più ragionevoli le posizioni che “preferiscano” il Sì al No o viceversa. Un “piuttosto Sì” o un “piuttosto No”. Ma forse non ho capito che cosa Ferrajoli, in cui ho tanta fiducia, spiega nel suo libro.

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