La disabilità, o l’abilità diversa, delle Paralimpiadi

Alle persone “normali” della vecchia generazione, che sono passate attraverso i pregiudizi più inavvertiti e supposti come “naturali”, e misurano con stupore la mutazione avvenuta nel solo arco della loro vita personale, succede di considerare la nuova opinione raggiunta come un punto d’arrivo.
La disabilità, o l’abilità diversa, delle Paralimpiadi

Paralimpiadi Rio 2016 (foto LaPresse)

Alle persone “normali” della vecchia generazione, che sono passate attraverso i pregiudizi più inavvertiti e supposti come “naturali”, e misurano con stupore la mutazione avvenuta nel solo arco della loro vita personale, succede di considerare la nuova opinione raggiunta come un punto d’arrivo. La disabilità, o l’abilità diversa, per esempio: si è imparato non solo a chiamarla così o con altri termini fra l’appropriatezza e l’eufemismo, ma a riconoscervi spesso una ricchezza di scambi reciproci, stimolanti e rivelatori della mediocrità dell’idea di normalità. Alla partecipazione al cambiamento che ha investito costumi e mentalità collettive, i vecchi sommano l’esperienza personale delle innumerevoli disabilità portate dalla vecchiaia, che per essere diventata mediamente tanto più longeva non ha smesso di essere una malattia. In uno stato d’animo del genere mi è capitato quest’anno di guardare le Paralimpiadi con un’assiduità senza precedenti.

 

Le Olimpiadi sono strane. Si guarda la gara nelle specialità cui si è più appassionati, se si è sportivi praticanti o pensionanti o spettatori abituali. Ma si guarda con una dedizione apparentemente inspiegabile una quantità di gare in sport di cui non si sa niente e di cui non ci si occuperà mai più per i prossimi quattro anni. A volte l’estemporanea osservazione procura qualche dimestichezza con la specialità più o meno rara: alla quarta ora di tuffi dalla piattaforma – specialità peraltro delle più spettacolari – si azzarda qualche giudizio sugli spruzzi dell’entrata in acqua. In altri casi non basteranno quaranta ore a fornire la più elementare conoscenza tecnica.

 

La scherma, per esempio, anche lei particolarmente spettacolare: io, che pure vengo da una generazione che prevedeva l’insegnamento (facoltativo) della scherma nel suo ginnasio-liceo, passo ore a seguire gli incontri attaccandomi soltanto alle luci rosse e verdi delle stoccate. Se assistessi a un vero duello di cappa e spada capirei chi ha vinto solo dopo aver visto chi ha perso stramazzare al suolo trafitto. Del tiro al piattello non riesco a vedere se non la nuvoletta violacea dei tiri che fanno centro, ma resto lì fino alla fine. La pazienza inaudita si spiega, tifo a parte, con l’interesse suscitato dalla personalità dei gareggianti e dal piacere di immedesimarsi in loro. Alla fine di uno scontro all’arma bianca non si sa molto di più della tecnica – del lessico sì, come dopo una rilettura dei Tre moschettieri – ma si ha la sensazione di aver capito che tipo è ogni singolo duellante. Interesse acuito dalla caratteristica essenziale dell’Olimpiade: che esseri umani come noi, ma parecchio più in gamba, si trovano in squadra e soprattutto da soli a giocarsi in un batter d’occhi quattro anni di sacrifici sovrumani e oscuri. Questa suspense affascina alcuni e respinge altri, come gli esercizi degli acrobati al circo.

 

Le Paralimpiadi sono perciò più emozionanti delle Olimpiadi, che pure hanno il vantaggio dei campioni celebri e della pubblicità e dei record. Alle Paralimpiadi si pensa – mi riferisco ai presunti normodotati – come a un evento contrassegnato dalla disabilità. Ma non si pensa alle Olimpiadi come un evento contrassegnato dall’abilità. La normalità ha questa pretesa, di passare inosservata. Il più sano e robusto dei normodotati non penserà di esserlo se non quando gli capiti almeno una storta alla caviglia o un mal di denti. Viceversa per le Paralimpiadi la disabilità è la premessa comune dichiarata. Ma appena ci si mette a guardarle ci si accorge che la categoria di disabilità sfuma in altrettante singolari disabilità quanti sono gli atleti concorrenti. E’ questo a rendere tanto più complicata la loro suddivisione in categorie, con quella moltiplicazione di sigle. A priori, ci si chiederebbe: sarei capace di praticare degnamente uno sport agonistico se fossi disabile? Poi si guarda e ci si chiede via via come dev’essere la vita e la gara se si abbia una gamba o due di meno, se la si abbia amputata al ginocchio o all’inguine, e così via per mani, braccia, occhi, e se si sia invalidi dalla nascita o per un evento successivo…

 

L’immedesimazione nei concorrenti costringe a immaginarne non solo la tempra psicologica ma la peculiare difficoltà fisica.
Bene. Questo spettacolo che mi ha così attratto e in alcuni momenti spinto a una tensione spasmodica ha fatto affiorare in me a tanta distanza dei ricordi d’infanzia. Ricordi di un handicap immaginato e sperimentato. E’ un’esperienza comune, certo: andare in bicicletta senza mani, battersi con uno più piccolo tenendo un braccio dietro la schiena… Da bambino immaginavo di essere cieco. Mi muovevo per la casa provando a non urtare contro gli ostacoli e maneggiare gli oggetti, camminavo a lungo al bordo della strada a occhi chiusi per mettere alla prova la memoria e sventare i pericoli – quando io ero bambino le mamme raccomandavano: “Attento a non andare sotto una bicicletta!”. A casa mia per qualche via postale era arrivato un opuscolo su persone senza braccia che avevano imparato a dipingere coi piedi o con la bocca, e il pacchetto di cartoline che riproducevano i loro quadri. Mi applicai e imparai a scrivere passabilmente tenendo la matita fra l’alluce e il secondo dito del piede (destro). Si provava a essere sordi, a stare zitti per due giorni per capire com’è essere muti.

 

Mi pare che l’infanzia avesse questo pregio, di indurre a immaginarsi in una moltitudine di condizioni personali e di circostanze diverse e preferibilmente estreme: Enrico Toti, il tamburino sardo, un piccolo mendicante storpio – le disabilità e le piaghe si esponevano allora nei mendicanti di strada e di sagrato, e l’elemosina pagava a buon prezzo la soddisfazione d’essere interi. Poi si diventava grandi e si smetteva di somigliare a tutto per somigliare sempre di più solo a se stessi. Ebbi un tardo episodio di mancinismo quando mi fratturai un polso e imparai a cavarmela a ping pong con la sinistra, ma ero ormai adolescente, e presto di sinistra.

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