La puntata di "Presadiretta" e la fine dell'Iraq

Iacona ha insistito su un punto cruciale, ignorato o grossolanamente trascurato da una nostra attenzione che immagina l’Europa come il bersaglio principale del terrore jihadista.
La puntata di "Presadiretta" e la fine dell'Iraq

La bandiera dell'Isis in Iraq (foto LaPresse)

Lodo la puntata di “Presadiretta” di lunedì sera dedicata alla guerra dell’Isis. La lodo per i filmati e le informazioni sui luoghi fra i più essenziali di quella “guerra”, Baghdad e l’Iraq arabo, dove è andato Riccardo Iacona, e il Kurdistan cosiddetto iracheno, dov’è andata Elena Stramentinoli (scriverei volentieri i nomi degli operatori, ma ora non riesco a trovarli). In particolare, Iacona ha insistito su un punto cruciale, ignorato o grossolanamente trascurato da una nostra attenzione che immagina l’Europa come il bersaglio principale del terrore jihadista. Al centro della strategia del Califfato sta lo scatenamento pieno della guerra civile – che è in corso dal 2003 – fra sunniti e sciiti in Iraq, e che ha in Baghdad una gigantesca polveriera. Reciprocamente, le cosiddette milizie paramilitari sciite filoiraniane mirano a fare terra bruciata dei territori sunniti riconquistati all’Isis.

 

I curdi, di cui l’inviata ha ribadito il protagonismo  – in Iraq come in Siria – nella resistenza sul terreno all’Isis, non hanno altro scopo che di prendersi per intero la propria autonomia, nella forma di una piena indipendenza statale, come vorrebbe il Pdk di Barzani, o di un assetto confederale, come preferirebbe il Puk di Talabani e Kosrat. Caso mai, un tema essenziale è, piuttosto che la pigra e cinica fedeltà “diplomatica” al feticcio dell’unità statale dell’Iraq, quello di un assetto dell’intera regione capace di combinare autonomie e legami federali, a cominciare da una Siria essa stessa lacerata a morte. Ho avuto l’impressione che prevalesse, nella trasmissione, la preoccupazione per la fine dell’Iraq. La fine dell’Iraq è largamente un fatto compiuto, ed è auspicata da molti come la soluzione meno devastante fin dal disastroso indomani dell’invasione angloamericana del 2003.

 

Gli interlocutori di Iacona erano unanimi nell’attribuire agli americani – quelli di ieri e di oggi – l’intenzione di smembrare l’Iraq in tre parti: il sud sciita, il centro sunnita, e il nord curdo. In realtà gli americani di quel dopoguerra si illusero di poter imporre una mai esistita unità “nazionale” all’Iraq, di fatto rovesciando la sudditanza della maggioranza sciita ai sunniti di Saddam. Alla vigilia dell’intervento in Iraq, Bush jr. interruppe una riunione per chiedere: “Che cosa vuol dire sciiti e sunniti?”. C’è, anche in versione italiana, un libro molto utile a ricostruire quella storia, fino al 2006, perché il suo autore, Peter W. Galbraith, ne fu anche attore e testimone, e auspicò fin da allora che si riconoscesse l’impossibilità di una coesistenza democratica fra le tre maggiori componenti irachene (che non a caso si definiscono religiosamente, quanto agli arabi – sunniti e sciiti – e nazionalmente quanto ai curdi, che pure sono in maggioranza sunniti).

 

Il libro si intitola appunto “La fine dell’Iraq” (Mondadori 2007). Gli interlocutori di Iacona si mostravano anche unanimi nella nostalgia per Saddam Hussein. Questo mi ha interessato – non conosco abbastanza l’Iraq arabo – e insieme lasciato interdetto. Il rimpianto dei dittatori spodestati è fenomeno comune e psicologicamente spiegabile nei disastri di poi. Ma le repressioni di Saddam, che presero una dimensione genocida nei confronti dei curdi, erano costate persecuzioni e stragi feroci, e centinaia di migliaia di vittime, anche nei confronti degli sciiti. Ma fermiamoci qui. A cinque anni dall’inizio del mattatoio siriano, a due anni e passa dalla conquista di Mosul, la cosiddetta guerra contro l’Isis è ancora poco e male conosciuta e malissimo interpretata. La puntata di “Presadiretta” è stata molto utile a vedere e sentire e, chissà, pensare.

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