Ritratto intimo di Alberto Burri, firmato da un amico d'infanzia

Alberto Burri aveva un grande amico, fin dall’infanzia, Tito Fortuni: più giovane di lui di cinque anni, castellano – di Città di Castello – come lui, come lui medico. Sarebbero morti a distanza di cinque anni più o meno uno dall’altro. Burri medico non fu mai e diventò paziente di Tito, il quale tenne delle annotazioni, fra il diario clinico e gli appunti per una doppia biografia, dell’artista e della propria devozione a lui.
Ritratto intimo di Alberto Burri, firmato da un amico d'infanzia

Alberto Burri

Alberto Burri aveva un grande amico, fin dall’infanzia, Tito Fortuni: più giovane di lui di cinque anni, castellano – di Città di Castello – come lui, come lui medico. Sarebbero morti a distanza di cinque anni più o meno uno dall’altro. Burri medico non fu mai e diventò paziente di Tito, il quale tenne delle annotazioni, fra il diario clinico e gli appunti per una doppia biografia, dell’artista e della propria devozione a lui. Dapprima sporadiche, verso la fine degli anni Sessanta, le note si fanno più frequenti e fitte lungo gli anni fino a proporsi una futura pubblicazione col titolo, fra scherzoso e serio, “Burreide”, e con una mezza approvazione di Burri. Ora una selezione ragionata di quella congerie manoscritta è uscita in libro, decifrata dal figlio di Tito, Pinuccio, curata e commentata da Guelfo Guelfi, introdotta da Bruno Corà e corredata da fotografie “di famiglia”. (“Alberto Burri. L’amicizia”. Maschietto editore, 219 pp., 16 euro). Presentandolo, Giorgio Dell’Arti, che di Burri era stato raro intervistatore, è tornato a chiedersi se la vita aiuti a spiegare l’opera. Ha risposto, se non sbaglio: “Naturalmente no. Però a volte sì”. Non è una battuta. Ci sono artisti in cui vita e opera sono manifestamente indebitate l’una all’altra: non so, Edvard Munch, o il Beato Angelico. In generale, succede che sia l’opera a spingere verso la vita, e illuminarla. Di certi grandi, la vita è interessante per sé: così si leggono le Vite di Vasari.

 

Qualche sera fa ho visto in tv il film di Mike Leigh su Turner – film importante, ho ricostruito poi: mi era passato inosservato, come tante cose importanti. Vado pazzo per i quadri di Turner, ma non gli avrei mai attribuito la faccia e il corpo e gli amori di Timothy Spall. Finito il film, sono tornato a guardare i quadri. Finito il libro, sono tornato a guardare i sacchi e i cretti e le altre opere di Burri. La sua bella faccia la conoscevo, e anche un po’ i suoi posti. Una volta il sindaco di Città di Castello mi invitò per parlarmi di un progetto che avesse a che fare con l’ecologia e l’ambiente: presi subito la decisione giusta, gli presentai Alexander Langer, e me la squagliai. Fu un successo, continuato nella Fiera delle utopie concrete. La decisione di Burri di assicurare alla sua città, a Palazzo Albizzini e ai Seccatoi del tabacco, la parte più ingente della sua opera, è meravigliosa. C’è stato un tempo in cui a poca distanza l’uno dall’altro vivevano e lavoravano Burri, Piero Dorazio a Todi ed Enrico Castellani a Celleno. In un altro tempo c’erano stati Piero della Francesca, Luca Signorelli, Raffaello… Anche i posti hanno una loro parte a spiegare i destini di vite e opere. Preparando il libro, Pinuccio Fortuni ha chiesto a Guelfo: “Ma tu hai avuto un’amicizia paragonabile a questa?” Guelfo l’ha avuto, il suo Gran Meaulnes, Bibi, artista di carte da gioco e donne favolose. Tito Fortuni ebbe Alberto Burri. E viceversa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi