Se la legge della probabilità ti fa diventare un terrorista

Grazie all’insonnia e a Radio Radicale, che si sente anche in Kurdistan, ho ascoltato ieri notte la registrazione della presentazione del libro di Bruno de Finetti, “Un matematico tra Utopia e Riformismo” (Ediesse 2015), curato dalla figlia, Fulvia de Finetti, e da Giuseppe Amari.
Se la legge della probabilità ti fa diventare un terrorista

Poliziotti al lavoro (foto LaPresse)

Grazie all’insonnia e a Radio Radicale, che si sente anche in Kurdistan, ho ascoltato ieri notte la registrazione della presentazione del libro di Bruno de Finetti, “Un matematico tra Utopia e Riformismo” (Ediesse 2015), curato dalla figlia, Fulvia de Finetti, e da Giuseppe Amari. Mi sono divertito al racconto di Grazia Ietto Gillies, allieva a Roma di De Finetti, che illustrava il suo corso sul calcolo delle probabilità facendo giocare a Totocalcio gli studenti e il bidello, e giocando lui stesso, e analizzando poi i risultati: “Il bidello era quello che ci azzeccava di più”. Nella probabilità, ho capito, vengono prima di tutto i dati di cui si è a conoscenza, poi l’atteggiamento di chi li valuta, e dunque valuta anche quelli sconosciuti. Dunque la psicologia ha un suo peculiare peso, ha detto Giovanna Leone, che è appunto psicologa, e ha richiamato le simulazioni dei processi mentali rese possibili dalle macchine. (La professoressa Leone ha ribadito che fra l’essere umano e la macchina resta una differenza insuperabile, dal momento che è l’essere umano ad aver inventato la macchina: convinzione che mi lascia perplesso, perfino quando si trattasse del Creatore).

 

Esemplificando il minuscolo intervallo fra percezione e reazione, nel quale interviene la memoria di esperienze analoghe, Leone ha ricordato due episodi dall’esito opposto. Alla stazione Termini un signore con un fucile giocattolo è stato lasciato passare dalla polizia ferroviaria – che gli avrà detto: “Ma in che mondo vivi!”; nella metropolitana di Londra un elettricista brasiliano dal cui gilet spuntavano dei fili è stato freddato dalla polizia. Due casi in cui è intervenuto, nel calcolo delle probabilità che si trattasse o no di un attentatore, l’orientamento psicologico e per così dire il retaggio morale, la remora umana dell’osservatore. Naturalmente si può obiettare alla comparabilità delle due situazioni, ma mi hanno colpito due possibili riferimenti dell’argomentazione post-definettiana. Il primo, che nello stesso giorno, ieri, avevo letto sul Washington Post che le persone colpite a morte dalla polizia negli Stati Uniti erano state 985 nel 2015 e sono state più di 250 nei primi tre mesi del 2016.

 

La seconda, che avevo letto qualche mese fa un ampio servizio del Monde sulla produzione di robot dotati di armi micidiali e sofisticate autorizzati a individuare il bersaglio e decidere autonomamente se e quando colpirlo. (Robot della Samsung armati alla leggera, mitragliatrici e lanciarazzi, sono da tempo di sentinella alla frontiera coreana). Dunque nella mente artificiale viene già introdotto un calcolo delle probabilità che si tratti di un terrorista o di un padre che porta un fucilino al figlio: il problema riguarda l’introduzione del retaggio morale. Ma forse non è più un problema.

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