A Palmira la sconfitta simbolica dell'Isis c’è, il suo collasso non ancora

La riconquista di Palmira da parte delle forze governative siriane, delle milizie hezbollah e soprattutto dell’aviazione russa, è una sconfitta rilevante per l’Isis. Palmira ha un enorme valore simbolico.
A Palmira la sconfitta simbolica dell'Isis c’è, il suo collasso non ancora

L'antico arco di Palmira distrutto dall'Isis alla fine del 2015

La riconquista di Palmira da parte delle forze governative siriane, delle milizie hezbollah e soprattutto dell’aviazione russa, è una sconfitta rilevante per l’Isis. Palmira ha un enorme valore simbolico. L’aveva avuto per l’Isis, che conquistandola aveva liberato, svuotato e distrutto la più malfamata prigione del regime di Assad, luogo di migliaia di torture e assassinii. E l’aveva avuto naturalmente agli occhi del mondo, che sono troppo affascinati dalle rovine antiche per vedere i sotterranei contemporanei. Oltretutto, la conquista di Palmira da parte dell’Isis non aveva avuto niente a che fare con il grottesco effetto-sorpresa accampato all’epoca dell’avanzata su Mosul: era stata fatta sotto il naso alla coalizione e al mondo intero. Non può sorprendere nemmeno la riconquista di oggi. La Russia ha dalla sua, oltre alla risolutezza di cui Putin può fare sfoggio, gli stivali sul terreno dell’esercito siriano e dei suoi alleati sciiti. Dalla parte della colossale e petulante coalizione a guida americana l’esorcismo feticista contro gli stivali sul terreno ha impedito un’offensiva contro l’Isis che sarebbe stata tanto più facile quanto più tempestiva, e che ha ottenuto dei risultati solo dove poteva contare sui curdi.

 

Oggi, la progressiva ritirata dell’Isis, che ha perso Ramadi, e può vedersi inseguita a Deir ez Zor fino a Raqqa in Siria, e ha perso comandanti e dirigenti di primo piano nelle azioni mirate americane, induce a chiedersi se non sia possibile un vero tracollo del sedicente Califfato. Secondo gli americani, i miliziani jihadisti uccisi in meno di due anni sono quasi 30 mila, cioè l’intera cifra dei combattenti al momento della proclamazione del Califfato. Fatta la tara alla millanteria dei rispettivi contabili, questo vuol dire che il reclutamento dell’Isis è stato in grado di rimpiazzare per intero, e anzi superare, le enormi perdite. Negli ultimi giorni, si moltiplicano i segni di difficoltà dell’Isis sia nei rifornimenti che nella disponibilità di uomini. Bisogna però chiedersi come mai l’Isis a corto di reclute faccia un tale scialo di attentatori suicidi. Non tanto in Europa, dove la rete è relativamente limitata, benché faccia molto più rumore, ma sul campo, in Iraq e in Siria, e soprattutto fuori, a Baghdad. Lo stillicidio impressionante di attentati nei dintorni di Baghdad o dentro la città, in particolare nella sua metropoli sciita di Sadr City, mostra come la capitale irachena, la seconda città araba per popolazione, sia il cuore della strategia dell’Isis che mira a sequestrare e guidare l’islam sunnita in una guerra civile contro l’islam sciita. Sono attentati che provocano ogni volta decine e decine di morti, fra i militari iracheni e soprattutto fra i civili, condotti da singoli, come il minorenne che ha fatto strage di minorenni nel campo sportivo di Iskandariya, o da coppie di “martiri”: non hanno a che fare con i lupi solitari, e impegnano e consumano forze preziose per il sedicente Califfato. Da molti giorni peraltro la divisione dentro la maggioranza sciita irachena, fra il governo di Abadi e la folla mobilitata dall’oltranzismo sciita di Muqtada al-Sadr, ha messo la Zona Verde di Bagdad in uno stato d’assedio. La bandiera di Muqtada al-Sadr, della moltitudine milionaria che è in grado di mobilitare alle porte della Zona Verde e dell’armata paramilitare di cui dispone, è la lotta alla corruzione, e la rivendicazione di sostituire il governo dei partiti con ministri “tecnici”. La corruzione nel regime iracheno è davvero universale e strepitosa. Abadi invoca la minaccia alla sicurezza mossa dall’Isis per ottenere tempo ai suoi maneggi, e intanto vanta dei successi militari. La controffensiva su Mosul è stata annunciata per un’ennesima volta nei giorni scorsi: ne dipende largamente la sorte del Califfato territoriale. Ora, i successi vantati dal governo iracheno su un pugno di villaggi meridionali della provincia di Ninive sembrano poca cosa, e controversa. In particolare, da tre giorni l’esercito iracheno stenta a prendere il controllo di un villaggio nei dintorni di Makhmur. I notabili sunniti locali sono uniti e divisi insieme fra aderenti all’Isis e vecchie guardie di Saddam.

 

La gente comune è ancora più spaventata dalle milizie sciite Al Hashd Al Shaabi, famigerate per la tattica della terra bruciata, la brutalità e la rapacità: come con la raffineria di Beiji, la più grande dell’Iraq, riconquistata dalle milizie sciite l’ottobre scorso. Gli americani, che pure vanno intensificando il loro intervento (una base importante è costruita nella provincia curda di Erbil a Harir) avvertono che la riconquista di Mosul resta affare di molti mesi. I curdi iracheni, che condividono con gli arabi sunniti l’estrema diffidenza per le milizie sciite, sono sempre più riluttanti a impegnarsi fuori dei propri confini: non ricevono un soldo da Baghdad da due anni e sono in grosse difficoltà con la vendita del loro petrolio anche con i turchi. Benché la moltiplicazione delle imprese terroristiche esterne sia un sintomo di difficoltà, un collasso del Califfato, possibile di fronte a una adeguata forza militare, non sembra purtroppo imminente. Se e quando avverrà, una diaspora terroristica sarà vasta e lunga: ma avrà perso la decisiva forza di attrazione che le è stata concessa da una incredibile inerzia altrui, e dall’immagine di spietatezza e di sicumera propria.

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