Genocidio dei cristiani, Europa silente

Via via che le quotazioni della candidatura di Donald Trump salgono, si rincarano gli allarmi: la presidenza di Trump sarebbe “peggiore del Brexit”, “più pericolosa dell’Isis”, eccetera. Se qualcosa va male, com’è noto, potrà andare peggio. In attesa, c’è il modo in cui è già andata. La costernazion

Via via che le quotazioni della candidatura di Donald Trump salgono, si rincarano gli allarmi: la presidenza di Trump sarebbe “peggiore del Brexit”, “più pericolosa dell’Isis”, eccetera. Se qualcosa va male, com’è noto, potrà andare peggio. In attesa, c’è il modo in cui è già andata. La costernazione degli spettatori più profani, me compreso, viene dalla sensazione che, comunque vada a finire, la campagna di Trump sia già stata una smisurata rivelazione. Alla fine del secondo mandato di un presidente democratico e di colore le cronache dagli Usa rimandano una sconvolgente immagine di violenze e discriminazioni poliziesche. I trionfi di Trump cancellano la speranza che si tratti di colpi di coda e sembrano assicurare che il successo del primo Obama sia stato una parentesi. Ieri, nell’ultimo giorno previsto dalla richiesta del Congresso, Kerry ha dato la risposta del governo al voto di lunedì dei rappresentanti (393 a zero) secondo cui l’Isis in Iraq ha perpetrato su yazidi, cristiani, turcomanni sciiti, curdi sunniti e altre minoranze una persecuzione criminale consistente in un genocidio. Kerry ha confermato questo giudizio, il più impegnativo di cui le nostre società dispongano, e il più vincolante. (Hillary Clinton l’aveva già fatto). Qualunque conseguenza pratica sia per derivarne (o non derivarne), ci sono già alcune conseguenze psicologiche, diciamo.

 

Ci si aspetta da tempo che il Parlamento europeo, più incline a questi pronunciamenti (e meno incline a cavarne degli effetti), voti a sua volta sul genocidio perseguito e largamente perpetrato in Iraq (e in Siria: Iraq e Siria non esistono più se non nella finzione diplomatica). Non ci si aspetta nemmeno che lo faccia il nostro Parlamento, se non m’inganno, non tanto per un’opposizione di merito, ma per distrazione e per una specie di consapevolezza della propria irrilevanza. Gli Stati Uniti, del renitente Obama in servizio effettivo e dello screanzato aspirante Trump, sono intervenuti, in extremis, ad arginare quello che era evidentemente un genocidio, e che ora chiamano ufficialmente così. Se non l’avessero fatto, né l’Europa né uno dei suoi paesi si sarebbero posti il problema. Dunque la campagna elettorale americana ci mette di fronte a una spaventata riscoperta dell’America, mentre è ulteriormente rinviata a data da destinarsi la scoperta dell’Europa.

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