La differenza tra Erdogan e Putin

Putin ha sorpreso la coalizione a guida americana col suo intervento in Siria, e l’ha sorpresa di nuovo al suo (parziale) ritiro. Se ne può intanto dedurre una decisa inclinazione della coalizione a guida americana a farsi sorprendere. Ieri, dopo conferme di osservatori siriani e iraniani, secondo c
Putin ha sorpreso la coalizione a guida americana col suo intervento in Siria, e l’ha sorpresa di nuovo al suo (parziale) ritiro. Se ne può intanto dedurre una decisa inclinazione della coalizione a guida americana a farsi sorprendere. Ieri, dopo conferme di osservatori siriani e iraniani, secondo cui il famoso Omar al Shishani, il ceceno-georgiano capo militare dell’Isis, era ricoverato “in stato vegetativo” in un ospedale di Raqqa, gli americani ne hanno finalmente comunicato la morte. Si può pensare che sia il colpo più duro inferto alla capacità combattente dell’Isis, e il più vantaggioso per Putin, dal momento che i ceceni e gli altri “russi” nei ranghi del Califfato aspettano di tornare a battersi a casa. Si può pensare che fra le ragioni che hanno indotto Putin ad astenersi premurosamente dall’affrontare sul serio l’Isis ci sia l’interesse a tenerne i militanti impegnati in medio oriente, piuttosto che trovarseli rimpatriati nei confini russi. Si deve pensare che, incassato un bottino materiale rilevante, e uno d’immagine ancora più rilevante, Putin intenda svincolarsi dalla guida di un’internazionale sciita che può costargli cara nel mondo e fra i musulmani di Russia. Comunque sia, Putin ha giocato spregiudicatamente in una specie di vuoto di avversari e di rivali, ancora più che in Ucraina. Ha incamerato a doppia mandata la sua base siriana con la stessa naturalezza con la quale aveva mangiato la Crimea, benché la popolazione di Tartous e di Latakia non sia esattamente russa. Ha rotto in modo rovinoso con la Turchia, com’era forse inevitabile dal momento che Erdogan è un suo emulo pressoché parodistico. Hanno ambedue alle spalle un impero, hanno fondato ambedue la propria autocrazia su una guerra interna – i ceceni per Putin, i curdi per Erdogan. Hanno puntato ambedue sul ricatto alle democrazie internazionali, che oggi non vedono l’ora di liquidare le sanzioni alla Russia e di riempire le tasche di Erdogan. La differenza provvisoria è che Erdogan deve fare i conti con nemici veri, e il terrorismo che ha voluto attirarsi addosso può costargli molto caro. Putin può festeggiare il suo rientro dalla passeggiata siriana, e però informarsi sottovoce sul prezzo del petrolio. Noi, sorpresi per vocazione, stiamo a vedere: a bocca aperta.

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