L’ultima diga

L’esercito Usa dice che a Mosul c’è una bomba d’acqua a orologeria. Con o senza soldati italiani 
E torniamo alla diga di Mosul, sulla quale le cose sembrano complicarsi piuttosto che chiarirsi. Le posizioni sono queste. Gli americani insistono a dichiararla una bomba a orologeria incombente sull’intera piana di Ninive e fin sulla capitale Baghdad, ripetendo le loro valutazioni apocalittiche: almeno 500 mila morti alla prima ondata, molti di più nei contraccolpi successivi. L’ultimo rapporto dell’esercito americano (30 gennaio), pubblicato con gran risalto dai principali giornali Usa, calcola che la città di Mosul col suo milione di abitanti sarebbe sommersa entro 4 ore da un’inondazione di 24 metri, e che entro 42 ore si abbatterebbe sulla stessa Baghdad, cioè a 450 km a sud-est, un’ondata di 5 metri. Il governo iracheno di Baghdad insiste a dichiarare che la diga è in sicurezza, e tutt’al più bisognosa di qualche rattoppo, per la manutenzione mancata nelle 6 settimane dall’agosto 2014 in cui era caduta in mano ai miliziani dell’Isis. Poi ci sono gli italiani, che si dicono pronti, con il Gruppo Trevi, a effettuare i lavori di messa in sicurezza dell’enorme impianto (un contratto di 2 miliardi di dollari, pare) e a garantirne la protezione con proprie truppe – i famosi 450 militari inviandi allo scopo. Oggi la diga è presidiata soprattutto da peshmerga del Puk, l’Unione patriottica del Kurdistan, uno dei due partiti maggiori del Kurdistan iracheno. Infine, ci sono illustri tecnici secondo i quali la diga non ha futuro, e non c’è altro rimedio se non il suo smantellamento e la costruzione di un’altra diga sul Tigri, del resto già progettata e in parte edificata in passato. Vediamo intanto che cosa vuol dire manutenzione ordinaria per i 3,65 km di lunghezza della diga. Ordinaria, badate: fin dalla sua costruzione, eseguita da un consorzio italo-tedesco nel 1981 su un instabile strato di gesso solubile, è stato necessario iniettare senza sosta della malta idraulica. Gli addetti permanenti sono 380 su due turni. L’infusione quotidiana di malta per sventare l’erosione ha avuto e ha un costo mensile equivalente agli odierni 30 milioni di dollari! Sarebbe questa la manutenzione mancata del periodo di occupazione dell’Isis, prolungata oltre anche perché il ricorso d’emergenza a un’impresa italiana, grazie a un prestito di 200 milioni da parte della Banca mondiale, sarebbe restato lettera morta, a causa delle preoccupazioni per la sicurezza. L’agenzia curda Rudaw riferisce le opinioni secondo cui anche un fattivo impegno al restauro della diga sarebbe votato all’insuccesso. Il comandante delle forze americane in Iraq, generale Sean MacFarland, aveva dichiarato che “negli Stati Uniti una diga così sarebbe stata prosciugata e chiusa”. Il professor Nadhir Al-Ansari, della università svedese di Lulea, che la studia da anni, è convinto che occorra costruire un’altra diga e chiudere “definitivamente” quella di Mosul. Già nel 1988 l’allarme era tale che fu iniziata la costruzione della diga alternativa a Badush, su un tratto superiore del Tigri, 16 km a nord-ovest di Mosul. I lavori furono interrotti nel 1991, quando erano già completati per il 40 per cento, per le conseguenze della prima guerra del Golfo. Benché anche a Badush fossero insorti guai grossi per le “letali esalazioni di gas”, secondo Al-Ansari l’unica soluzione è ricominciare da lì, “se si vuole evitare la catastrofe”.

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