Sul rapporto fra ascolto e dialogo

Ho ascoltato in una tarda notte di Radio radicale la registrazione di un convegno incentrato sul rapporto fra ascolto e dialogo. L’occasione era un libro di Giampiero Comolli che non ho letto, e ho sentito riassumere e commentare da Paolo Ricca.
Ho ascoltato in una tarda notte di Radio radicale la registrazione di un convegno incentrato sul rapporto fra ascolto e dialogo. L’occasione era un libro di Giampiero Comolli che non ho letto, e ho sentito riassumere e commentare da Paolo Ricca. L’ascolto, vi si diceva, è la premessa necessaria al dialogo. Penso che ci sia almeno un caso in cui le due cose sono contemporanee, ed è il caso del dialogo forse più bello, forse più importante della nostra cultura, quello fra Gesù e il Grande Inquisitore. Non abbiate fretta di obiettare che si tratta di un monologo, e che Gesù non apre bocca se non per il bacio finale. Gesù tace perché sa già tutto quello che il vegliardo gli viene dicendo. Lo lascia parlare. E Dostojevskij-Gesù tace perché gli sembra sacrilego aggiungere anche una sola parola a quelle che Gesù disse. In cambio, Dostojevskij Inquisitore gli presta una ragione eloquente meritevole dell’ascolto di chiunque, così forte che Dostojevskij stesso ne è trascinato e quasi convinto e vinto: se non fosse per il bacio silenzioso che vanifica l’intera ragione dell’Inquisitore. Il quale lo grazia, come si fa con chi ci ha vinto, o con un povero pazzo – un Idiota. Con un viatico – “Va’ e non venire più, mai più” – che è il calco, rovesciato, del commiato di Gesù dall’adultera: “Va’, e non peccare più”. La grazia rassegnata concessa a uno di cui si ammette definitivamente che non riuscirà mai a peccare, nemmeno una volta.

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