Ecco come la millenaria questione curda è andata ulteriormente in pezzi

Il disastro siriano, la strategia russa, l’ossessione di Erdogan

La leggendaria complicazione dei fronti siriani è stata l’alibi principale all’inerzia della cosiddetta comunità internazionale. Non è stata la complicazione – la moltitudine dei fronti e delle fazioni e il groviglio dei loro rapporti – a motivare l’inerzia, ma l’inerzia a fomentare la complicazione. In un vuoto di anni in cui si consumava la spietatezza della repressione governativa e la fanatica ferocia jihadista, la Russia è intervenuta senza remore capovolgendo per intero i rapporti di forze. La Russia non cercava un alibi, e aveva il suo pretesto: la protezione oltranzista del regime di Assad e della propria base mediterranea le rendeva semplice il quadro complicato che ipnotizzava l’occidente. Il decisionismo di Putin è una doppia funzione, della sua libertà interna dai vincoli della democrazia e di un’opinione pubblica indipendente, e del suo legame esterno con una dittatura dinastica. Il costo che Putin si è spregiudicatamente accollato sta nella costruzione di un’internazionale sciita e nel rigetto del vasto e diviso mondo sunnita. La questione curda, chiamiamola così, ha un suo rilievo d’eccezione. Lo rivela spettacolosamente la tutela concorrente che russi e americani offrono ai curdi siriani, la sola parte combattente sulla quale apparentemente non si dividano. Anche su questo punto il vantaggio sta passando dalla parte russa, e non solo perché gli spregiudicati bombardamenti russi, come a nord di Aleppo, aprono la strada all’avanzata delle forze curdo-siriane, lo Ypg e la sua branca femminile, Ypj: ultima in ordine di tempo è la loro riconquista dello strategico aereoporto militare di Mannagh, fra Aleppo e Azaz, che taglia la via di rifornimento turca. La Russia oggi non deve preoccuparsi della reazione della Turchia, con la quale è ai ferri cortissimi. All’opposto, gli americani devono barcamenarsi, e cercano di farlo accontentando Erdogan nel giudizio sul turco Pkk, condannato come “terrorista” (Biden in visita a Istanbul l’ha compiacentemente ribadito) e dissentendo quanto al Pyd curdo-siriano, il cui legame col Pkk e con l’icona di Ocalan è peraltro certo. Il Pyd ha appena aperto una rappresentanza a Mosca, sia pure ancora nella forma di una organizzazione non governativa, ma in gran pompa (Reciprocamente, e più discretamente, gli americani hanno autorizzato l’apertura a Washington di un ufficio di rappresentanza sunnita, tenuto dall’ex-governatore di Niniveh e da un ex vice primo ministro iracheno, che qualche osservatore considera come la premessa a una futura regione sunnita indipendente da Baghdad). E Mosca si è valsa anche del rifiuto (insensato) di accogliere il Pyd al negoziato di Ginevra per affossarlo, obiettivo che avrebbe comunque trovato il modo di raggiungere. Putin e Lavrov e i loro generali negozieranno davvero, e magari si porranno anche il problema del congedo di Bashar, solo quando avranno preso militarmente il pieno controllo sul territorio cui mirano, e non gli manca molto. I curdi siriani sono diventati grazie alla resistenza di Kobane i titolari di una doppia gloria: quella combattente, contro lo Stato islamico, e quella politica, nella costruzione di un autogoverno che si vuole libero da discriminazioni d’ogni genere, a partire da quello sessuale. Vedono la possibilità di unificare completamente la fascia di territorio siriano in cui sono maggioranza, e che figurano come la propria autonoma base verso la “confederazione democratica” di un medio oriente rinnovato. Contro di loro stanno oggi denunce e sospetti di prevaricazioni compiute contro minoranze coinvolte nella loro avanzata, che non è facile verificare. Sta anche un più radicato giudizio di connivenza, o almeno di egoistica passività, nei confronti del regime di Damasco fin dall’inizio della ribellione siriana. E’ un fatto che nel loro atteggiamento la nazionalità curda, e la immemorabile persecuzione, pesi più di altri fattori, a cominciare da quello religioso. Nella bestiale guerra civile scatenata in Siria i curdi hanno mirato a difendersi e a procurarsi un’autonomia. L’appello all’identità religiosa vi è assai meno influente di quello laico nazionale e sociale. Del resto hanno, nella maggioranza sunnita, una minoranza consistente ed esponenti autorevoli di fede alavita, come avviene nel turco Pkk. Per Erdogan, che ha scatenato una guerra senza quartiere, di terra e di aria, contro il Pkk nel sudest turco (e oltre il confine curdo-iracheno, nelle montagne che lo ospitano) l’alleanza di fatto fra gli Usa prima e la Russia ora con il Pyd e le sue formazioni militari è diventata la principale bestia nera. Erdogan, per il quale l’esistenza dei curdi non è solo un problema politico né un pretesto all’eccitazione del nazionalismo turco, ma una patologica ossessione personale, vede ormai nella forza crescente dei curdi siriani un retroterra minaccioso alla resistenza dei curdi del sudest turco, piuttosto che il contrario, com’era in passato. Occorre dire che nel puzzle travolto dalla fine degli stati del vicino oriente è andata ulteriormente in pezzi piuttosto che ricomporsi anche la millenaria questione curda. Il premier iracheno al Abadi ha appena provato a tuonare, più flebilmente e meno istericamente di Erdogan, contro l’eventualità di un’indipendenza del Kurdistan iracheno da Baghdad e contro il referendum “consultivo” programmato sul tema. Qui, nel Kurdistan di Erbil e di Kirkuk, l’alleanza e la collaborazione militare fra peshmerga e Usa (e altri paesi della coalizione, Italia compresa) è consolidata, e però le parti sono invertite. I curdi iracheni, soprattutto la componente del Pdk, quella dei Barzani, sono legati alla Turchia di Erdogan, per ragioni prima di tutto economiche che diventano anche politiche, e rendono increscioso il rapporto coi curdi di Turchia. L’altra componente maggiore del Kurdistan iracheno, quella del Puk e delle sue filiazioni, maggioritaria a Suleymania e a Kirkuk, è più legata al suo retroterra iraniano. Sicché bisogna pensare oggi ai curdi, e alle dirompenti opportunità che la dissoluzione del vicino oriente disegnato un secolo fa offre loro, come a una nazione attraversata un’ennesima volta dalle divisioni più che da un disegno comune. E tuttavia i curdi tutti sono stati e restano il principale baluardo contro l’offensiva del sedicente Califfato. E’ così per la (sempre) imminente riconquista di Mosul come per quella di Raqqa. Ne riparliamo.

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