Vaccinarsi in Pakistan (o in Afghanistan)

C’è un argomento polemico che andrebbe usato con parsimonia, per non rischiare la demagogia o il narcisismo: l’argomento che deplora che gli altri tacciano o non parlino abbastanza di ciò di cui bisogna parlare. Anche perché le cose di cui bisogna parlare fanno ressa davanti al nostro schermo. Ieri

C’è un argomento polemico che andrebbe usato con parsimonia, per non rischiare la demagogia o il narcisismo: l’argomento che deplora che gli altri tacciano o non parlino abbastanza di ciò di cui bisogna parlare. Anche perché le cose di cui bisogna parlare fanno ressa davanti al nostro schermo. Ieri bisognava parlare di Istanbul. Anche però di Kolofata, città del Camerun al confine con la Nigeria, dove due donne si sono fatte esplodere in una moschea uccidendo dieci persone, al modo usuale del pio Boko Haram. Bisognava parlare di Baghdad, e Baquba e Muqdadiyah, in Iraq, dove negli scorsi tre giorni i morti in attentati suicidi sono stati molte decine. In Iraq, in Nigeria, in Pakistan, nello Yemen, i numeri sono all’ingrosso. A Zliten, in Libia, una settimana fa, almeno 60 morti. Bisogna parlare dell’attentato suicida che ieri ha ammazzato 15 persone davanti a un centro di vaccinazioni antipolio a Quetta, in Pakistan. In Pakistan e in Afghanistan, dove la poliomielite è ancora endemica, c’è da anni una campagna spietata contro le vaccinazioni antipolio, ispirata dalla passione per l’ignoranza e dalla denuncia dei medici come emissari della cospirazione americana e occidentale. Ecco, ne abbiamo parlato. Per il resto, manca lo spazio, non solo sul giornale.

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