Appunti su Ramadi e l'avanzata curdo-siriana

I pensieri che provo a svolgere oggi sono come una fune piena di nodi. Cominciano dalla parziale riconquista di Ramadi e dall’avanzata curdo-siriana (non solo curda) verso Raqqa.
I pensieri che provo a svolgere oggi sono come una fune piena di nodi. Cominciano dalla parziale riconquista di Ramadi e dall’avanzata curdo-siriana (non solo curda) verso Raqqa. Notizie di cui sono felice. Dovrei essere felice, ma sento anche un’amarezza e quasi una desolazione. Non è solo per le altre notizie che arrivano – o non arrivano, sono troppe per arrivare tutte: sulle fosse comuni di Sinjar, sulle 837 donne condannate a morte e assassinate dal tribunale dell’Isis nella provincia  di Ninive, sulla madre uccisa a Raqqa per aver allattato il suo bambino al riparo del niqab fuori casa, per la violenza brutale del governo turco su città e villaggi del sud-est curdo… C’è un’altra ragione: che i passi avanti della cosiddetta coalizione contro l’Isis non sono che tarde e faticose riconquiste parziali di postazioni perdute. Per Mosul, si poté parlare – era ridicolo già allora – di un effetto sorpresa. Ma Ramadi era caduta nelle mani dell’Isis lo scorso maggio, quasi un anno dopo. E  la “riconquista” di Mosul, sempre imminente, è in ritardo di un anno e mezzo, e Palmira e… Il califfato conquistava, e “noi” annunciavamo che avremmo riconquistato. Cadrà anche Raqqa, cadrà Mosul. Ma intanto la durata dello Stato islamico è stata la leva della sua espansione territoriale, come in Libia o in Africa, o propagandistica e terrorista, come in Bangladesh, in Indonesia, in Afghanistan e altrove. E della forsennata guerra civile turca, e della impudente difesa di Saddam e così via. Poi, a confortare la desolazione o ad aggravarla, viene il pensiero che noi viviamo così anche la nostra esistenza ordinaria: sappiamo ormai che cosa è sbagliato e annunciamo la conversione per domani e subito dopo sbagliamo di nuovo, un po’ di più, promettendoci una conversione più radicale dopodomani. Pinocchi della sazietà, riserviamo la sobrietà alle prediche e ci abbuffiamo fissando la data della dieta. Dopo le feste. Facciamo così anche con il traffico d’auto nelle città avvelenate. Non è un pensiero originale. Camminare, diceva un ortopedagogista tedesco, è cadere da una gamba all’altra. Vale per il nostro progresso. Però il pensiero diventa meno ovvio e più inquietante quando evoca l’invenzione formidabile per cui il mondo sviluppato monetizza la prosecuzione, o la moltiplicazione, del suo consumo  d’ossigeno comprandolo dal mondo povero, che si suppone ricco di aria da spendere. Il pensiero inquietante è che il mondo che vive in pace stia facendo la stessa cosa  col mondo che muore di guerra: noi ci compriamo la pace pagando gli altri perché si tengano la guerra. Un giorno resteremo senza fiato e senza pace: chissà se sapremo cambiare strada prima che avvenga.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi