Gli stivali italiani sul suolo iracheno

Ed ecco che martedì sera, quasi in punta di piedi, l’Italia ha messo gli stivali sul suolo. 450 militari a presidio della diga di Mosul infatti non sono istruttori o consiglieri, sono una truppa di terra.

Ed ecco che martedì sera, quasi in punta di piedi, l’Italia ha messo gli stivali sul suolo. 450 militari a presidio della diga di Mosul infatti non sono istruttori o consiglieri, sono una truppa di terra. Non destinata ad andare all’offensiva, ma una truppa. Il governo ha fatto molto bene a deciderlo, e sarebbe assurdo che il Parlamento non consentisse.

 

Dell’importanza strategica della diga sopra Mosul non scriverò, e rimando a quello che scrive qui Daniele Raineri, che è più bravo di me. Lo scorso 4 dicembre la sezione del Dipartimento di stato sui viaggi a rischio aveva emesso il seguente comunicato; “Il governo dell’Iraq ha cominciato a prendere le misure necessarie a migliorare l’integrità strutturale della diga di Mosul. Una rottura della diga potrebbe causare una ingente inondazione e l’interruzione di servizi essenziali da Mosul a Baghdad. Siccome è impossibile valutare le probabilità di un crollo della diga, l’ambasciata ha disposto dei piani per il trasferimento del personale in un simile evento. L’ambasciata raccomanda ai cittadini statunitensi in Iraq, specialmente quelli residenti nella pianura alluvionale del Tigri, di preparare a loro volta i propri piani e di seguire le informazioni dei media locali e gli aggiornamenti dell’ambasciata”.

 

La notizia dell’invio dei militari italiani ha accompagnato quella dell’importante appalto a un’impresa italiana dei lavori necessari alla tenuta della diga. Sarebbe facile ironizzare sull’annuncio che, prima che da Renzi, è arrivato da Obama. Facile e inutile, perché è del tutto probabile che il passo ulteriore, che auspica dal resto della coalizione, Obama si prepari a farlo anche lui. I militari italiani nelle missioni internazionali si sono guadagnati un forte prestigio. La protezione della diga di Mosul li affianca ai peshmerga curdi, coi quali hanno uno sperimentato rapporto. Ma anche in quella zona le presenze sono molteplici e conflittuali. Ci sono, influenti, i curdi del Pkk, e le truppe turche entrate d’accordo con il governo regionale curdo e in contrasto col governo di Baghdad. Contro l’Isis, la frontiera è saldamente tenuta dai curdi e protetta dagli aerei della coalizione, ma il rischio non manca, se solo si pensi allo scialo che l’Isis fa di attentatori suicidi. L’Isis è poco incline alle controffensive, per il momento. Ha perso Sinjar, ha difficoltà di comunicazione con la sua regione siriana, è attaccato a Ramadi, dove tiene essenzialmente grazie agli attentatori suicidi e alle mine, e deve guardarsi dai bombardamenti. Ma l’intervento militare italiano nella zona è tanto insidioso quanto giustificato. E basti almeno a farla finita con l’ipocrisia sulla parte dell’Italia. Ieri il governo ha “precisato”: “Non siamo lì per combattere”. Già, ma per non combattere bisogna essere in due.

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