Il predominio dei cieli

L’incapacità o la reticenza a riconoscere tempestivamente un attentato nella strage aerea sul Sinai ha impedito che le reazioni fossero adeguate, perfino la commozione per le povere vittime, e la riflessione sulle armi con cui viene combattuta quella specie di guerra. L’argomento principale cui si a

L’incapacità o la reticenza a riconoscere tempestivamente un attentato nella strage aerea sul Sinai ha impedito che le reazioni fossero adeguate, perfino la commozione per le povere vittime, e la riflessione sulle armi con cui viene combattuta quella specie di guerra. L’argomento principale cui si affidano le potenze indisposte a mettere i piedi sul suolo delle guerre per bande è la supremazia aerea, anzi il dominio esclusivo del cielo. Anche quando il conflitto a terra non è più asimmetrico, come nel caso dell’Isis, che dispone di armamenti paragonabili a quelli avversari, se non altro perché li hanno tolti agli avversari, si continua a contare sul predominio dell’aria. Poi arrivano, a svegliare, le imprese aeree come quella di Sharm el Sheikh. Nell’agosto dell’anno scorso, due giovani donne cecene fecero esplodere due Tupolev sul cielo di due diverse città russe, facendo 90 morti. Le autorità russe chiarirono allora che “basta un’esplosione relativamente debole per provocare la depressurizzazione della cabina. Quando l’aereo vola a velocità di crociera all’altitudine di circa diecimila metri, un simile incidente può provocare la sua disintegrazione immediata”. I russi dunque sanno bene di che cosa si tratta, e sui due versanti, se si tien conto dell’aereo di linea malese abbattuto sull’oblast di Donetsk. Naturalmente, anche gli americani sanno bene di che cosa si tratta, dopo l’11 settembre. Dovremmo ricordarlo tutti, quando ci consoliamo col predominio dei cieli.

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